"Cantami, o Diva…"

recensioni di libri e di film tratti da libri, scrittura creativa, spunti letterari.

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Arancia Meccanica ( a clockwork orange) : Anthony Burgess e Kubrick a confronto.

”Il libro e’ migliore del film!” Cit. Chiunque su qualunque film tratto da qualsiasi libro.

E andando a recensire ”Arancia Meccanica” allora? Anche qui il soggetto Qualunque e’ in grado di affermare ciò? Anche se si trova di fronte a Kubrick?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda.

Nel mio piccolo tento un’ardita doppia recensione simultanea libro-film, che ovviamente mi e’ ”costata” (si fa per dire) la piacevole fatica di rileggermi il libro e riguardarmi il film.

Cercherò anche di discostarmi da quelle che sono state le osservazioni ”canoniche” su queste due opere, aggiungendo qualcosa di nuovo, nei limiti del possibile.

/del gia’ detto o del già sentito.

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Arancia Meccanica, a clockwork orange, o ”un’arancia a orologeria” che dir si voglia, distopian novel (“romanzo distopico”) di Anthony Burgess, 1962. Dicasi, per la cronaca, distopico, quel genere di romanzo ambientato nel futuro, solitamente mettendo in luce una società ”persa”, ”disumanizzata”, eccessivamente controllata dalle macchine, dove l’individuo non ha speranza di riscatto.

I pilastri del genere sono ”fahrenheit 451″ , ”Brave new world” e ovviamente ”1984″, probabilmente saranno oggetto di recensione.

E’ un genere narrativo a metà strada tra il fantascientifico e il sociologico; non di rado sono presenti invettive politiche e elementi satirici.

In linea di tendenza si colloca anche Arancia Meccanica ( il romanzo), anche se, dal punto di vista narrativo, e’ decisamente sui generis. Quindi: tematiche distopiche classiche (tra l’altro in questa visione del futuro i robot non sono poi cosi’ opprimenti, e’ piu ”fantapolitico” che ”fantascientifico”) ma forma narrativa molto innovativa.

Il narratore che ha scelto di impiegare l’autore e’ l’io narrante interno e protagonista ( io ho fatto questo, io ho fatto quello), scelta che puo’ apparire assolutamente classica. E invece non per come la sviluppa Burgess.

L’io narrante e’ il narratore piu’ difficile da impiegare, gia’ di per se’: da una parte perche’ conferisce alla narrazione la cadenza monotona dell’autobiografia (che alla lunga puo’ stancare il lettore, mentre impiegando il narratore in terza persona e’ ovvio che il gioco dei punti di vista sia piu’ dinamico) , e dall’altra parte perche’ se il personaggio non e’ piu’ che ben caratterizzato ”crolla” tutta l’impalcatura del romanzo.

Quindi non solo Burgess sceglie la via piu’ impervia, ma complica ulteriormente la questione facendo si’ che l’io narrante sia c.d ”inattendibile”.

Significa che Alex de Large (”Alessandro il grande”) non e’ in grado di ricostruire le vicende con l’obiettività di un io narrante medio e ordinario, perché e’ un criminale, e’ folle, rappresenta il Male in persona e soprattutto e’ intimamente convinto di fare il Bene. Quindi tutto cio’ che gli succede e’ una ”grande ingiustizia”, e cio’ non puo’ che provocare un fortissimo effetto di straniamento nel lettore, che, eticamente, non parteggia per un assassino.

Lettore che, lo ricordiamo, si trova proiettato nel ”futuro” , in un mondo che non conosce, e quindi gia’ di per se’ perde ogni punto di riferimento.

E, come se non bastasse, deve cercare di ”tradurre” tutto cio’ che Alex e i drughi dicono, perché si esprimono con una lingua tutta loro, che e’ -per semplificare- un mix di russo e di inglese, il ”nadsat”.

Quindi riesce magari subito a intuire che ”granfia” e’ la mano , che ”Gulliver” e’ la mente ( in quanto ”viaggia”, come Gulliver), che ”cinebrivido” significa qualcosa come ”molto figo”, ma per il resto non puo’ che perdersi. Non puo’ che non riuscire a capire, non puo’ che andare avanti a leggere interiorizzando la lingua di Alex a poco a poco, esattamente come un turista straniero che dopo un po’ inizia a ”orecchiare” l’idioma del posto nuovo in cui si trova.

Insomma, un gran casino. Burgess e’ stato abilissimo, con un narratore cosi’, a portare avanti la storia fino alla fine e merita un plauso anche solo per questo.

Kubrick semplifica la lingua di Alex, la riaccosta di piu’ all’inglese, riduce notevolmente il campo dei neologismi, mantiene in vita le parole piu’ intuitive: giusto per far capire che un linguaggio nuovo effettivamente c’e’, ma lo spettatore comprende facilmente il significato di ogni singola parola, o quasi.

Nel libro, fidatevi, non e’ così.

Per la cronaca alcune edizioni di A.M riportano in appendice un ”dizionario” della lingua. Vi toglie un po’ il gusto della scoperta ma puo’ evitarvi tediose seconde o anche terze riletture che altrimenti sono necessarie.

Questo e’ cio’ che Alex de Large narra, a modo suo, questa e’ la trama: la conosciamo un po’ tutti ma la riporto per dovere di cronaca.

Alex e’ minorenne, intelligente, acuto e colto. Ama L’Ultra violenza e condivide questa sua passione con un gruppo di ragazzi come lui, i cosiddetti ”drughi”: Pete, Georgie boy e Bamba (Dim , nel film).

Sono dediti a stupri, rapine, furti, scontri con bande giovanile rivali -prima tra tutti quella capitanata da Billy boy. Particolarmente rilevante, tanto per il film quanto nel libro, e’ lo stupro di una donna, moglie di uno scrittore.

Alex viene catturato dopo una serie di scellerate peripezie, quando si macchia dell’omicidio di un’eccentrica signora ( la signora dei gatti); e viene condannato a quattordici anni di carcere. Si prospettera’ per lui un inaspettato sconto di pena, a patto che si faccia usare come ”cavia” per una cura sperimentale che consente, grazie al condizionamento mentale ( anche questo tema carissimo ai padri del genere distopico) , il rigetto di ogni violenza e la conseguente riammissione del reo all’interno della compagine sociale. Trattasi della famosissima ”cura Ludovico”. Alex accetta, la cura gli provoca il disgusto della precedente amata violenza, non solo dal punto di vista morale, ma anche dal punto di vista fisico. E se sente musica classica il malessere si acuisce.

Una volta reintegrato in societa’ scorge un mondo totalmente cambiato: lui e’ stato reso coattivamente inoffensivo, quindi ha perso l’intera sua personalita’. I suoi amici di un tempo sono diventati poliziotti, si sono cioe’ schierati dalla parte opposta, dalla parte del ”bene”. Il problema e’ che interiormente non sono cambiati, questa scelta di vita e’ solo dettata dal tentativo di essere accettati socialmente, cosi’ da continuare a esercitare senza alcun impedimento l’ultra violence, traendo perfino un guadagno da cio’.

Alex, rifiutato anche dai suoi stessi genitori, si ritrova ben presto strumentalizzato da esponenti della fazione politica opposta, che vedono in lui una vittima della società. Ode di nuovo musica classica ( lo scrittore che lo ospita lo aveva riconosciuto e si era ricordato dello stupro della moglie, quindi decide di fargliela sentire di proposito) , tenta il suicidio defenestrandosi. Si risveglia in ospedale, e’ guarito dagli effetti della cura, e’ tornato se stesso. Cerca furbescamente di non darlo a vedere , stringe un accordo col Ministro dell’ Interno, colui che inizialmente era un promotore della cura Ludovico. Così anche lui, come i suoi drughi, avra’ la possibilità di perpetuare il Male, facendo credere invece di essere una pecorella smarrita rientrata nei ranghi del gregge.

E qui, con la scena di un’orgia tutta permeata di epicita’ e lirismo, si chiude il film.

Il libro no, il libro continua: e continua nel senso di una definitiva conversione di Alex, che davvero diventa una persona retta, e che davvero intende mettere su famiglia eccetera.

Insomma: Burgess, per vendere, o anche solo per sperare di essere pubblicato, e’ costretto con un ”e vissero tutti felici e contenti” a chiudere li’ il tutto, con una risoluzione pacifica e ”politicamente corretta” che stronca l’intero messaggio del romanzo. C’est la vie.

A Kubrick i distopici piacciono, i messaggi scomodi piacciono, la critica sociale piace e tutto cio’ che provoca shock piace ( ricordiamo che fece un film sulla Lolita di Nabokov , una morbosa storia di pedofilia). Quindi questo libretto ”scabroso” di Burgess lo mando’ su di giri e gli sveglio’ il demone dell’ispirazione.

A Kubrick piacciono anche i contrasti, le inversioni di ruolo tra carnefice e vittima, le prospettive distorte e compagnia galoppante, e la sua A.M e’ un miscellaneous di tutto questo.

Quando non sai piu’ chi e’ il lupo e chi e’ l’agnello, stai certo che non puo’ che essere un film di Kubrick. Prendete sempre Lolita, (un insuccesso dal punto di vista qualitativo, perche’ il regista non e’ riuscito manco lontanamente a eguagliare il livello di Nabokov, secondo me): il carnefice e’ davvero il professore pedofilo, o possiamo invece pensare sia la ragazzina, maliziosa e tutt’altro che infantile, dolce e ingenua, che sfrutta il malato mentale a suo vantaggio?

Ecco, in Arancia Meccanica Alex sta a professore pedofilo come intera societa’ sta a Lolita.

Alex e’ apparentemente un burattino nelle mani della propaganda, non ha veri amici ma soltanto dei ”lecchini” che si rivelano essere alla fine peggiori di lui, ed e’ un rifiuto sociale in tutto e per tutto. Una vittima, in teoria.

Bisognerebbe capire pero’ fino a che livello ”si e’ meritato” questo destino cosi’ triste, come un dannato si merita l’inferno.

E cioe’: Alex e’ capace di intendere e di volere? E’ un assassino calcolatore cosciente di essere malvagio, oppure e’ inconsapevole di fare il male?

Si aprono qui due scuole di pensiero, per cosi’ dire. Personalmente ritengo che Alex del libro sia davvero convinto di essere dalla parte del ”giusto”, e’ una sorta di genio ( per la sua eta’) , ma e’ totalmente folle, e la sua follia non e’ lucida. Oltretutto ha quindici anni, e’ immaturo, e’ un prodotto manipolato gia’ dall’inizio. Non sa che sta compiendo azioni scellerate. Non lo sa fino in fondo, se non altro. Un ragazzino annoiato e, andando a stringere, insipido. Una vittima inconsapevole al cento percento, prima, durante e dopo la cura.

Alex di Kubrick no. E’ un personaggio ben diverso.

Lo si capisce dagli sguardi malvagi, consapevoli e compiaciuti, che a volte sembra lanciare al pubblico, lo si capisce da quel ”guarda bene, fratellino”: e’ consapevole di ciò che fa’, e’ un carnefice, un manipolatore, e’ la ragionata incarnazione del Male, ed e’ un adulto. Particolare niente affatto irrilevante. Prima e’ un carnefice a tutti gli effetti, si tramuta in una vittima, finge di restate tale e alla fine del film riafferma il suo ruolo di carnefice.

Nel libro vince la società, che lo riconverte a tutti gli effetti, nel film vince lui.

Ed e’ quello che lo spettatore si aspetta, purtroppo.

Il personaggio e’ costruito dal regista in maniera esemplare, arguta e a dir poco trionfale: e’ senza dubbio uno dei volti migliori della Storia del cinema.

E questa, paradossalmente, e’ la piu’ grande pecca del film, perche’ impedisce di essere fedeli al libro fino in fondo, cosa che secondo me in un’opera ”tratta da” e’ assolutamente dovuto: la società, che ho chiamato “Lolita”, e’ uno strumento nelle mani dell’attore protagonista.

Resta -quest’ultima- una vittima inconsapevole, mentre, ovviamente, un film di critica sociale dovrebbe dimostrare tutt’altro.

Il motivo di fondo del film e’, tutto sommato, un inno al libero arbitrio, un accorato quanto fin troppo perbenista ”lasciate stare Caino”, non strumentalizzate i lupi, lasciateli essere cio’ che sono perche’ tanto non otterrete nessuna risoluzione e poi, alla fine, voi ( istituzioni) siete peggio di loro. Una societa’ che combatte contro la criminalità, sbaglia i mezzi, e perisce.

Quindi da una parte, nel libro, il trionfo di un sistema distorto laddove il personaggio principale, vittima, non piace al lettore.

Dall’altra parte, nel film, la sconfitta di un sistema distorto laddove il personaggio principale, carnefice, piace allo spettatore perché e’ obiettivamente ”un gran figo”.

Quindi libro e film sono due prodotti solo apparentemente ”uguali” e sovrapponibili, e il libro e’ nettamente piu’ distopico. La disumanizzazione e’ messa piu’ in evidenza in quanto, come ogni distopian novel che si rispetti, il singolo, l’uomo, l’uno, ”perisce”, e’ schiacciato dall’ingranaggio del sistema.

In Kubrick il singolo svetta, vince, che distopia e’?

Tutto il film e’ incentrato sull’uno, sull’uomo, su ”lui”. Dalla primissima inquadratura (l’occhio circondato da una duplice fila di ciglia finte, a simulare i denti di un ingranaggio) alla scena finale.

In mezzo inquadrature riuscitissime quanto maniacalmente studiate: come sempre in Kubrick nulla e’ messo li’ a caso e tutto, anche nel contesto di una scena cruenta, deve avere una sua simmetria, un suo ordine, una sua geometria. Ogni fotogramma, preso singolarmente, e’ un quadro, e’ la ricerca continua dei canoni classici. Innaturalissimo, ovvio, ma alla fine nel contesto distorto di un film ”distopico” ci sta.

Ecco quindi che Alex e’ sempre rigorosamente al centro preciso dell’inquadratura, i drughi si muovono sempre in sincrono, e ogni volta che compare il ”male” ( cioe’ sempre) deve essere necessariamente associato al ”bello”.

Et voila’, i personaggi sono vestiti di bianco, simbolo della purezza per eccellenza, ma dentro quelle scorze candide sono completamente bacati. Allo stesso modo e’ concepito il latte, rinforzato con la mescalina: sano e puro fuori, pericoloso e distruttivo dentro.

Lo stesso identico ruolo lo gioca la musica classica, dalla mitica ”nona” di Beethoven che accompagna le parate naziste, all’eterea ”gazza ladra” di Rossini, che parte quando i drughi stanno combattendo Billy Boy e i suoi.

Musica classica spesso riproposta ”remixata” e elettronicamente distorta, ma sempre il bello per eccellenza incarna.

E lo stesso Alex, com’e’? Kubrick se l’e’ scelto bruttino, sfigatello, emarginato sociale, insipido? ( come pure il libro lascerebbe intuire).

Certo che no. Alex e’ impersonato da un attore-Mc Dowell- bellissimo, biondo con gli occhi azzurri, ha sempre la rispostina pronta, e’ un cinico sfrontato, arrogante, supponente, non si piega mai se non quando la cura sembra funzionare (“conosco la Legge, bastardi!”).

Insomma, e’ visto sempre come un ”vincente”, qualsiasi personaggio che lo circonda e’ poca cosa rispetto a lui ( dai drughi inetti che grugniscono e basta agli stessi personaggi politici che dovrebbero somigliare a dei crudelissimi carnefici ma che alla fine sono delle banali e scialbe macchiette).

Lo spettatore lo adora, parteggia per lui dall’inizio alla fine, non riesce a vederlo come una ”vittima” verso cui provare pieta’, ma allo stesso tempo non vuole neppure vederlo punito, non lo condanna per le sue malefatte, spera che la faccia franca, che la giustizia non faccia il suo corso: e’ ”figo”, punto. E allo spettatore medio interessa solo cio’ che fa insieme ai drughi, punto.

Il film e’ notevolmente bipartito: in teoria la prima parte serve solo a introdurre i personaggi, e’ la seconda il vero nucleo della pellicola.

Solo che il ritmo rallenta, Alex si toglie ciglia e bombetta e gironzola con improbabili quanto poco ”cinebrivido” completi giacca-pantaloni anni ’70.

E lo spettatore medio sbuffa.

Il lettore, invece ,no: non e’ risucchiato dall’individualismo estremo del film, e anzi, e’ proprio a questo punto che comincia a interrogarsi sulle tematiche, a andare ”oltre” la trama. Che e’ il vero fulcro di un romanzo distopico: se non fosse attualizzabile sarebbe nulla piu’ di una favoletta futuristica.

Vediamo ora un’altra pecca del film. Il resto ovviamente e’ tutta una lode, ma se devo accodarmi alla scia di sviolinate che si e’ beccato negli anni Kubrick – dettata anche dai belati qualunquisti di chi ”deve” dire che e’ un capolavoro perché ”ho visto la maglietta di Arancia Meccanica”- allora tanto valeva non iniziarla proprio, sta benedetta recensione.

E la pecca che rilevo e’ la seguente: il ruolo della donna. E non tanto perche’ ”oddio, nudo integrale, stupro, violenza”, ma per l’ipocrita strumentalizzazione che ne fa Kucrick, mascherata da critica sociale.

La scena di sesso, la donna nuda, aumenta la curiosità dello spettatore, si sa. Figuratevi negli anni Settanta: scandalo.

E io francamente credo che quelle scene di nudo gratuito, a volte sbattuto li’ senza troppo lirismo, servano ne’ piu’ ne’ meno a questo: a sbalordire.

E, se Kubrick l’avesse ammesso, amen. Ci sta, anche l’arte e’ marketing. Invece lui no: donne nude? Le ho impiegate proprio per sottolineare quanto mi duole che la donna sia considerata un oggetto sessuale ( da quegli anni li’ effettivamente , il fenomeno della ”donna oggetto” sarebbe esploso in modo triste quanto dirompente).

A me suona come prendere un beagle, squartarlo vivo davanti a una telecamera, e sostenere di battersi per la vivisezione. Ma sorvolo. Probabilmente non comprendo fino in fondo il Genio del regista.

Altre tematiche del film e del libro: il ”marciume” delle istituzioni, di tutte le istituzioni, e di tutti i partiti politici. Il marciume che non risparmia la polizia, le carceri, non risparmia nemmeno il nucleo familiare. Se andiamo a stringere non c’e’ nemmeno UN singolo personaggio positivo: tutti sono mossi dalla logica dell’utile, ed e’ quasi impossibile venire a capo di questo grottesco gioco di ruoli, dove le figure dell’ ”amico” e del ”nemico” si alternano in continui stravolgimenti stranianti.

Nel complesso il film e il libro, ciascuno con le loro umane pecche, sono due prodotti ben fatti e tristemente profetici. Certo, due prodotti diversi. Tornando alla domanda iniziale ( e’ meglio il film o il libro?):

BOH.

Esatto, tutte queste lungaggini per risolvere il tutto in un beato: boh.

Perche’ francamente e’ come comparare due opere che quasi non c’entrano niente tra di loro.

Insomma, Kubrick se l’e’ rigirato un po’ a modo suo, il romanzo: per veicolare messaggi suoi e adattarlo ai suoi gusti e alle sue visioni del mondo. Ha inventato di sana pianta, ha demolito, ha ricostruito.

Certo, forse perche’ era ”troppo avanti” per i tempi, ”troppo acuto” per una pellicola tutto sommato rivolta alle masse, io trovo che abbia ”fallito” ( da svirgolettare e prendere con le pinze eh) , sia allora sia oggi.

Uno. Perche’ e’ un film che critica sia la violenza fisica sia quella psicologica, ma non ha fatto altro che elevare il fenomeno a ”moda”. La pellicola venne ritirata proprio per i tentativi di emulazione delle scorribande di Alex & co da parte di ragazzini esaltati.

Due, perché oggi e’ un ”cult” ,e’ vero, ma piu’ per la sua forma bellissima che per la sua sostanza.

Anzi, circa l’ottanta percento degli elementi tematici che ho rilevato, lo spettatore medio non se li ”fila”.

Ed e’ anche un film che incanta se preso ”scena per scena”, a perle, ma nel suo complesso non lega del tutto armoniosamente.

Il libro e’ l’esatto opposto: non ha sti grandi picchi lirici, ma senti invece che nel complesso ”funziona”.

Spendo ancora due parole appunto su queste ”perle” o elementi singoli che mi hanno colpito, per la loro ineccepibile bellezza.

1- la scena d’apertura del film: e’ da dieci e lode

2- il fascino persuasivo della voce narrante fuoricampo di Alex , merito dell’ottimo doppiaggio

3- l’interpretazione di Malcolm, l’attore protagonista: poco funzionale all’interno del film in termini di messaggio veicolato ( vedi sopra), ma magistrale: senza quell’attore, Kubrick o non Kubrick, il film non sarebbe mai divenuto iconico.

4- la scena della masturbazione immaginando scene di violenza/ visualizzando Gesù ballerini: grottesca, cruda, blasfema, distorta, geniale.

5- le ”quotes” memorabili riprese dal libro.

”O deliziosa delizia e incanto, era piacere impiacentito, e divenuto carne…”

”Pecore, pensavo. Ma un vero leader sa…”

”D’un tratto capii che il pensare e’ per gli stupidi, i veri cervelluti s’affidano all’ispirazione, e a quello che il buon Vogue manda loro.”

Ecco, tutto questo rende ”cinebrivido” sia il libro sia il film, per quanto il libro sia sottovalutato e il film spesso idolatrato per motivi che esulano dai suoi veri, indiscutibili, meriti.

Voto complessivo libro: 4/5

voto complessivo film: 4/5

Right right, fratellini?

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Le Undimila Verghe- Guillaume Apollinaire -recensione

Titolo: le Undicimila Verghe

Autore: Guillaume Apollinaire

Anno uscita prima edizione: 1907

Casa editrice: varie (la mia è Newton Compton, inserita all’interno di una raccolta); e’ comunque reperibile in pdf

Genere: erotico

Pagine: un centinaio ca.

Costo: varia dagli 11 euro ca. in su se preso singolo -ma è gratuitamente scaricabile in pdf

Recensione:

Cambiamo totalmente Paese, ci spostiamo cioe’ dall’America frenetica degli anni ’50 alla Francia dei primi del Novecento.
Qui incontriamo, tra gli altri, Guillaume Apollinaire. Questo autore anche abbastanza bizzarro, che, feritosi alla testa a causa di un proiettile durante un combattimento, si sarebbe cinto la fronte con una fascetta metallica , indossandola per il resto della sua vita: una sorta di anello di Saturno sul capo. Fantasioso, innovatore, ricco di inventiva, un fiume in piena.
Non voglio recensire il lato ”pulito” di questo autore, il lato, per cosi’ dire ”canonico”, ”ufficiale”, quello delle poesie d’amore, o delle poesie di pace e di querra, o piu’ in generale dei calligrammi. ( avrete sicuramente presente quei componimenti dove le parole formano delle figure, ad ogni modo ve ne ”copincollo” qualcuno in lingua originale e a titolo chiarificatore)

[Da notare anche la vicinanza stilistica calligrammi- componimenti del futurismo, non a caso Guillaume avrebbe ceduto al fascino di Marinetti &co. N.d.r]

Voglio profittare della carica eversiva di Apollinaire recensendo le “undicimila verghe”, ovvero un romanzo erotico estremamente scabroso, farneticante, umoristico (“witty”), delirante, ”marcio”, satirico  che e’ circolato sottobanco per lunghissimo tempo, come del resto molti altri scritti del genere, sempre tacciati di immoralita’ ( pensate che la stessa povera Madame Bovary -che comunque romanzo erotico non e’- suscito’ lo scandalo, e non c’e’ nessuna descrizione esplicita di rapporti sessuali all’interno, anzi, il prosare di Flaubert e’ estremamente elegante).

Qui non solo si parla di sesso ( oserei dire che si parla unicamente di sesso) , ma lo si fa esplorando, attraverso le per cosi’ dire ”avventure” del protagonista, tutte le bassezze e le perversioni del genere umano.
Ora, ho intenzione di pubblicare prossimamente un excursus sulla letteratura erotica: non perche’ questo genere mi stia particolarmente a cuore, ma perche’, per quanto sia tornato in auge grazie a quell’orribile e dozzinale trilogia -le 50 sfumature- aleggia molta ignoranza in merito. Ignoranza anche terminologica: tendiamo a confondere continuamente l’erotismo con la pornografia, o a considerare come racconti ”erotici” romanzi che sono semplicemente ”spinti”.

Nel contesto della narrativa erotica, articolata nei suoi vari sottogeneri, le undicimila verghe rappresentano la punta di diamante, il non plus ultra della scabrosità.
Lo approfondiremo abbondantemente in seguito, ma inizio col dire che esistono diversi approcci all’erotismo in letteratura : esiste l’elegante eros estetico( un po’ alla d’Annunzio, ma piu’ spinto, diciamo che d’Annunzio si colloca un po’ ”borderline” tra l’erotismo vero e proprio e un sentimentalismo decisamente passionale), esiste l’eros emotivo ( tipico delle autrici donne: in tali descrizioni di amplessi notiamo un richiamo continuo alle sensazioni, alle emozioni; e’ un approccio che scaturisce dalla concezione femminile della sessualita’, quasi inscindibile dai sentimenti) , esiste l’eros chirurgico ( tipico stavolta degli autori uomini, molto piu’ corporali, che si soffermano sulle descrizioni piu’ analiticamente e freddamente, come se stessero visionando dei manichini) , e esiste poi l’eros ”volgare” ( per quanto questo termine non mi piaccia affatto): quello che impiega un linguaggio estremamente scurrile, irriverente, provocatore. Trattasi dell’eros piu’ scapigliato, piu’ rivoluzionario. E Apollinaire lo esalta in modo magistrale.

La trama delle verghe e’ decisamente scarna, anzi, in questo caso Apollinaire non si preoccupa nemmeno di conferire una veste realistica alle vicende che narra, forse anche per creare una sorta di ”distacco” tra l’opera e il vissuto o per meglio dire il ”vivibile”.
il protagonista, cioe’ il principe rumeno Movy Vibescu, non e’ minimamente caratterizzato, se non per la sua estrema immoralita’. Si circonda di amici e amiche -anche loro dai discutibili costumi- ( Amandine, Culculine, e un ladro chiamato Cornaboeux) e insieme a questa combriccola si caccia in numerosi guai ed e’ coinvolto in esperienze ai limiti dell’umano.
Vengono, nel ritmo serrato e convulso offerto dal progredire della trama, ”accontentati” ,per cosi’ dire , tutti gli appetiti umani: Movy e’ bisessuale, quindi cio’ permette di descrivere e il sesso omosessuale (saffico e non) e il sesso eterosessuale; non disdegna le orge o i piu’ ”intimi” rapporti a tre;  non disdegna l’Universo sadomaso. Ed ecco allora un raccontare di torture inumane che farebbero impallidire i membri dell’ Onu: da orecchie strappate nell’impeto della passione, vagine smembrate, coltelli infilati nell’ano, budella che vengono fatte fuoriuscire dai genitali martoriati per poi cingersi la vita con esse, frustate che provocano la fuoriuscita copiosa di sangue, terga che vengono percosse, e cosi’ via.
Non manca la necrofilia, perche’ Movy & co si macchieranno d’omicidio pur di soddisfare questa perversione; non manca nemmeno la coprofagia. Non mancano gli amplessi con uomini di Chiesa e neanche, purtroppo, atti sessuali completi con bambini, i quali vengono anche fatti accoppiare tra di loro e poi percossi a sangue. The last, but not the least: sesso incestuoso omosessuale padre-figlio minorenne. La ciliegina sulla torta.

Il tutto e’ minuziosamente descritto sotto la lente di un narratore ( credo onnisciente) in terza persona, decisamente invadente: un narratore che non scompare, anzi, si lascia sfuggire anche qualche commento ironico, beffardo, sarcastico, tagliente.
Il linguaggio, dicevo, attinge dal lessico piu’ laido che il vocabolario offre, anche se non mancano inaspettati momenti lirici ( addirittura l’inserimento di  vere e proprie poesie, sempre a sfondo erotico, ma poesie) che pero’ non fanno altro che rendere il tutto ancora piu’ grottesco.
Questa e’ una tecnica decisamente interessante. La troviamo anche in Kubrick. Trattasi cioe’ dell’associazione male-arte, dove per arte intendiamo la matrice del bello e di ogni purezza. Avrete presente in Arancia Meccanica che la musica classica accompagna stupri, episodi d’autoerotismo e quant’altro. Lo stesso Alex, che e’ il male in persona, non disdegna affatto Beethoven, anzi ne e’ appassionato. Oppure in full metal jacket  notiamo una scena finale di tutto rispetto: i soldati marciano e intonano la canzoncina di Topolino, uno dei simboli degli USA per eccellenza, ma anche un personaggio che normalmente e’ associato alla purezza, all’infanzia, all’ innocenza e compagnia cantante. Il male che svetta ancora di piu’ grazie a queste stridenti associazioni.
Riporto qui un breve estratto dell’opera, tanto per rendere chiaro il tenore generale della stessa:

”Alexine giaceva estasiata sul letto, essi poterono reciprocamente ammirare i loro corpi. Il grosso culo di Culculine ondeggiava a meraviglia sotto un vitino di vespa, e le grosse palle di Mony si gonfiavano sotto un cazzo enorme di cui Culculine si impadroni’. ”Mettilo prima a lei” disse Culculine, ”a me farai dopo.”
Il principe accosto’ il suo membro alla vulva semichiusa di Alexine che trasali’ al contatto: ”mi uccidi!” Grido’. Ma il palo penetro’ fino alle palle e ne usci’ subito dopo per ritornare dentro come un pistone. Culculine sali’ sul letto e avvicino’ la sua nera fica alla bocca d’ Alexine, mentre Mony le leccava il buco del culo. Alexine ruotava il sedere come indemoniata, e ficco’ un dito nel buco del culo di Mony…”

Eccetera. Ora. Se voi scorrete alla fine di questa recensione  potrete benissimo notare il mio voto positivo, e anche un bel ”si’ ” accanto alla voce ”consigliato.”
Si tratta infatti di un’opera satirica di tutto rispetto, che mette in ridicolo fino a umiliare in modo crudele la borghesia, i politici, il loro ben pensare, la loro morale pulita, i loro schemi mentali, il loro perbenismo bigotto, il loro scandalizzarsi per qualsiasi inezia salvo poi comportarsi come delle bestie nella vita privata- poi non tanto privata. E la penna di Apollinaire e’ impietosa: si scaglia contro di loro come una lingua di fuoco, morde come una serpe, lascia un segno sanguinante. E’ un’invettiva cruda e spietata,magistrale e indignata, tragicamente attuale.
Lo stesso titolo dell’opera e’ ironicamente sferzante, quasi blasfemo: gioca con la facilita’ con cui si confondono i termini ”verga’, e ”vergine” a causa della loro fortissima assonanza ( in lingua francese, chiaramente.)

Consiglio quindi il libro per una serie di motivi: e’ breve, e’ gratis ( reperibile anche in PDF , si scarica comodamente da internet), e’ un pilastro della letteratura erotica, consente di scoprire il lato nascosto di un autore- Apollinaire, appunto- che altrimenti sarebbe visto riduttivamente come un poeta anche direi ”sdolcinato”; e non ultimo consiglio la lettura agli aspiranti scrittori ( soprattutto di noir o thriller  o comunque racconti truculenti perche’ le scene violente sono descritte decisamente bene e possono fornire un valido spunto) ,agli appassionati di satira politica, e più per esteso a tutti coloro che cercano una lettura insolita, surreale, straniante, cruda, ”forte”.

Da leggere anche, per riallacciarsi al tenore e alle tematiche dell’opera: Kafka, le Metamorfosi. Stessa o simile critica alla borghesia, immutato surrealismo, minore crudezza espressiva, minore impatto emotivo. Lettura piu’ ”soft”: lo scarafaggio Gregor Samsa non ”incula a sangue” (cit.) nessuno.

 

Voto complessivo: 4/5 (per apprezzarlo a pieno il lettore deve “mettersi in gioco” e abbandonare numerosi preconcetti, pregiudizi; è un lavoro non sempre facile per cui posso capire che il libro lasci perplessi o semplicemente non piaccia o addirittura disturbi)

Consigliato: sì (per i motivi specificati e ai lettori specificati)

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