"Cantami, o Diva…"

recensioni di libri e di film tratti da libri, scrittura creativa, spunti letterari.

Arancia Meccanica ( a clockwork orange) : Anthony Burgess e Kubrick a confronto.

”Il libro e’ migliore del film!” Cit. Chiunque su qualunque film tratto da qualsiasi libro.

E andando a recensire ”Arancia Meccanica” allora? Anche qui il soggetto Qualunque e’ in grado di affermare ciò? Anche se si trova di fronte a Kubrick?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda.

Nel mio piccolo tento un’ardita doppia recensione simultanea libro-film, che ovviamente mi e’ ”costata” (si fa per dire) la piacevole fatica di rileggermi il libro e riguardarmi il film.

Cercherò anche di discostarmi da quelle che sono state le osservazioni ”canoniche” su queste due opere, aggiungendo qualcosa di nuovo, nei limiti del possibile.

/del gia’ detto o del già sentito.

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Arancia Meccanica, a clockwork orange, o ”un’arancia a orologeria” che dir si voglia, distopian novel (“romanzo distopico”) di Anthony Burgess, 1962. Dicasi, per la cronaca, distopico, quel genere di romanzo ambientato nel futuro, solitamente mettendo in luce una società ”persa”, ”disumanizzata”, eccessivamente controllata dalle macchine, dove l’individuo non ha speranza di riscatto.

I pilastri del genere sono ”fahrenheit 451″ , ”Brave new world” e ovviamente ”1984″, probabilmente saranno oggetto di recensione.

E’ un genere narrativo a metà strada tra il fantascientifico e il sociologico; non di rado sono presenti invettive politiche e elementi satirici.

In linea di tendenza si colloca anche Arancia Meccanica ( il romanzo), anche se, dal punto di vista narrativo, e’ decisamente sui generis. Quindi: tematiche distopiche classiche (tra l’altro in questa visione del futuro i robot non sono poi cosi’ opprimenti, e’ piu ”fantapolitico” che ”fantascientifico”) ma forma narrativa molto innovativa.

Il narratore che ha scelto di impiegare l’autore e’ l’io narrante interno e protagonista ( io ho fatto questo, io ho fatto quello), scelta che puo’ apparire assolutamente classica. E invece non per come la sviluppa Burgess.

L’io narrante e’ il narratore piu’ difficile da impiegare, gia’ di per se': da una parte perche’ conferisce alla narrazione la cadenza monotona dell’autobiografia (che alla lunga puo’ stancare il lettore, mentre impiegando il narratore in terza persona e’ ovvio che il gioco dei punti di vista sia piu’ dinamico) , e dall’altra parte perche’ se il personaggio non e’ piu’ che ben caratterizzato ”crolla” tutta l’impalcatura del romanzo.

Quindi non solo Burgess sceglie la via piu’ impervia, ma complica ulteriormente la questione facendo si’ che l’io narrante sia c.d ”inattendibile”.

Significa che Alex de Large (”Alessandro il grande”) non e’ in grado di ricostruire le vicende con l’obiettività di un io narrante medio e ordinario, perché e’ un criminale, e’ folle, rappresenta il Male in persona e soprattutto e’ intimamente convinto di fare il Bene. Quindi tutto cio’ che gli succede e’ una ”grande ingiustizia”, e cio’ non puo’ che provocare un fortissimo effetto di straniamento nel lettore, che, eticamente, non parteggia per un assassino.

Lettore che, lo ricordiamo, si trova proiettato nel ”futuro” , in un mondo che non conosce, e quindi gia’ di per se’ perde ogni punto di riferimento.

E, come se non bastasse, deve cercare di ”tradurre” tutto cio’ che Alex e i drughi dicono, perché si esprimono con una lingua tutta loro, che e’ -per semplificare- un mix di russo e di inglese, il ”nadsat”.

Quindi riesce magari subito a intuire che ”granfia” e’ la mano , che ”Gulliver” e’ la mente ( in quanto ”viaggia”, come Gulliver), che ”cinebrivido” significa qualcosa come ”molto figo”, ma per il resto non puo’ che perdersi. Non puo’ che non riuscire a capire, non puo’ che andare avanti a leggere interiorizzando la lingua di Alex a poco a poco, esattamente come un turista straniero che dopo un po’ inizia a ”orecchiare” l’idioma del posto nuovo in cui si trova.

Insomma, un gran casino. Burgess e’ stato abilissimo, con un narratore cosi’, a portare avanti la storia fino alla fine e merita un plauso anche solo per questo.

Kubrick semplifica la lingua di Alex, la riaccosta di piu’ all’inglese, riduce notevolmente il campo dei neologismi, mantiene in vita le parole piu’ intuitive: giusto per far capire che un linguaggio nuovo effettivamente c’e’, ma lo spettatore comprende facilmente il significato di ogni singola parola, o quasi.

Nel libro, fidatevi, non e’ così.

Per la cronaca alcune edizioni di A.M riportano in appendice un ”dizionario” della lingua. Vi toglie un po’ il gusto della scoperta ma puo’ evitarvi tediose seconde o anche terze riletture che altrimenti sono necessarie.

Questo e’ cio’ che Alex de Large narra, a modo suo, questa e’ la trama: la conosciamo un po’ tutti ma la riporto per dovere di cronaca.

Alex e’ minorenne, intelligente, acuto e colto. Ama L’Ultra violenza e condivide questa sua passione con un gruppo di ragazzi come lui, i cosiddetti ”drughi”: Pete, Georgie boy e Bamba (Dim , nel film).

Sono dediti a stupri, rapine, furti, scontri con bande giovanile rivali -prima tra tutti quella capitanata da Billy boy. Particolarmente rilevante, tanto per il film quanto nel libro, e’ lo stupro di una donna, moglie di uno scrittore.

Alex viene catturato dopo una serie di scellerate peripezie, quando si macchia dell’omicidio di un’eccentrica signora ( la signora dei gatti); e viene condannato a quattordici anni di carcere. Si prospettera’ per lui un inaspettato sconto di pena, a patto che si faccia usare come ”cavia” per una cura sperimentale che consente, grazie al condizionamento mentale ( anche questo tema carissimo ai padri del genere distopico) , il rigetto di ogni violenza e la conseguente riammissione del reo all’interno della compagine sociale. Trattasi della famosissima ”cura Ludovico”. Alex accetta, la cura gli provoca il disgusto della precedente amata violenza, non solo dal punto di vista morale, ma anche dal punto di vista fisico. E se sente musica classica il malessere si acuisce.

Una volta reintegrato in societa’ scorge un mondo totalmente cambiato: lui e’ stato reso coattivamente inoffensivo, quindi ha perso l’intera sua personalita’. I suoi amici di un tempo sono diventati poliziotti, si sono cioe’ schierati dalla parte opposta, dalla parte del ”bene”. Il problema e’ che interiormente non sono cambiati, questa scelta di vita e’ solo dettata dal tentativo di essere accettati socialmente, cosi’ da continuare a esercitare senza alcun impedimento l’ultra violence, traendo perfino un guadagno da cio’.

Alex, rifiutato anche dai suoi stessi genitori, si ritrova ben presto strumentalizzato da esponenti della fazione politica opposta, che vedono in lui una vittima della società. Ode di nuovo musica classica ( lo scrittore che lo ospita lo aveva riconosciuto e si era ricordato dello stupro della moglie, quindi decide di fargliela sentire di proposito) , tenta il suicidio defenestrandosi. Si risveglia in ospedale, e’ guarito dagli effetti della cura, e’ tornato se stesso. Cerca furbescamente di non darlo a vedere , stringe un accordo col Ministro dell’ Interno, colui che inizialmente era un promotore della cura Ludovico. Così anche lui, come i suoi drughi, avra’ la possibilità di perpetuare il Male, facendo credere invece di essere una pecorella smarrita rientrata nei ranghi del gregge.

E qui, con la scena di un’orgia tutta permeata di epicita’ e lirismo, si chiude il film.

Il libro no, il libro continua: e continua nel senso di una definitiva conversione di Alex, che davvero diventa una persona retta, e che davvero intende mettere su famiglia eccetera.

Insomma: Burgess, per vendere, o anche solo per sperare di essere pubblicato, e’ costretto con un ”e vissero tutti felici e contenti” a chiudere li’ il tutto, con una risoluzione pacifica e ”politicamente corretta” che stronca l’intero messaggio del romanzo. C’est la vie.

A Kubrick i distopici piacciono, i messaggi scomodi piacciono, la critica sociale piace e tutto cio’ che provoca shock piace ( ricordiamo che fece un film sulla Lolita di Nabokov , una morbosa storia di pedofilia). Quindi questo libretto ”scabroso” di Burgess lo mando’ su di giri e gli sveglio’ il demone dell’ispirazione.

A Kubrick piacciono anche i contrasti, le inversioni di ruolo tra carnefice e vittima, le prospettive distorte e compagnia galoppante, e la sua A.M e’ un miscellaneous di tutto questo.

Quando non sai piu’ chi e’ il lupo e chi e’ l’agnello, stai certo che non puo’ che essere un film di Kubrick. Prendete sempre Lolita, (un insuccesso dal punto di vista qualitativo, perche’ il regista non e’ riuscito manco lontanamente a eguagliare il livello di Nabokov, secondo me): il carnefice e’ davvero il professore pedofilo, o possiamo invece pensare sia la ragazzina, maliziosa e tutt’altro che infantile, dolce e ingenua, che sfrutta il malato mentale a suo vantaggio?

Ecco, in Arancia Meccanica Alex sta a professore pedofilo come intera societa’ sta a Lolita.

Alex e’ apparentemente un burattino nelle mani della propaganda, non ha veri amici ma soltanto dei ”lecchini” che si rivelano essere alla fine peggiori di lui, ed e’ un rifiuto sociale in tutto e per tutto. Una vittima, in teoria.

Bisognerebbe capire pero’ fino a che livello ”si e’ meritato” questo destino cosi’ triste, come un dannato si merita l’inferno.

E cioe': Alex e’ capace di intendere e di volere? E’ un assassino calcolatore cosciente di essere malvagio, oppure e’ inconsapevole di fare il male?

Si aprono qui due scuole di pensiero, per cosi’ dire. Personalmente ritengo che Alex del libro sia davvero convinto di essere dalla parte del ”giusto”, e’ una sorta di genio ( per la sua eta’) , ma e’ totalmente folle, e la sua follia non e’ lucida. Oltretutto ha quindici anni, e’ immaturo, e’ un prodotto manipolato gia’ dall’inizio. Non sa che sta compiendo azioni scellerate. Non lo sa fino in fondo, se non altro. Un ragazzino annoiato e, andando a stringere, insipido. Una vittima inconsapevole al cento percento, prima, durante e dopo la cura.

Alex di Kubrick no. E’ un personaggio ben diverso.

Lo si capisce dagli sguardi malvagi, consapevoli e compiaciuti, che a volte sembra lanciare al pubblico, lo si capisce da quel ”guarda bene, fratellino”: e’ consapevole di ciò che fa’, e’ un carnefice, un manipolatore, e’ la ragionata incarnazione del Male, ed e’ un adulto. Particolare niente affatto irrilevante. Prima e’ un carnefice a tutti gli effetti, si tramuta in una vittima, finge di restate tale e alla fine del film riafferma il suo ruolo di carnefice.

Nel libro vince la società, che lo riconverte a tutti gli effetti, nel film vince lui.

Ed e’ quello che lo spettatore si aspetta, purtroppo.

Il personaggio e’ costruito dal regista in maniera esemplare, arguta e a dir poco trionfale: e’ senza dubbio uno dei volti migliori della Storia del cinema.

E questa, paradossalmente, e’ la piu’ grande pecca del film, perche’ impedisce di essere fedeli al libro fino in fondo, cosa che secondo me in un’opera ”tratta da” e’ assolutamente dovuto: la società, che ho chiamato “Lolita”, e’ uno strumento nelle mani dell’attore protagonista.

Resta -quest’ultima- una vittima inconsapevole, mentre, ovviamente, un film di critica sociale dovrebbe dimostrare tutt’altro.

Il motivo di fondo del film e’, tutto sommato, un inno al libero arbitrio, un accorato quanto fin troppo perbenista ”lasciate stare Caino”, non strumentalizzate i lupi, lasciateli essere cio’ che sono perche’ tanto non otterrete nessuna risoluzione e poi, alla fine, voi ( istituzioni) siete peggio di loro. Una societa’ che combatte contro la criminalità, sbaglia i mezzi, e perisce.

Quindi da una parte, nel libro, il trionfo di un sistema distorto laddove il personaggio principale, vittima, non piace al lettore.

Dall’altra parte, nel film, la sconfitta di un sistema distorto laddove il personaggio principale, carnefice, piace allo spettatore perché e’ obiettivamente ”un gran figo”.

Quindi libro e film sono due prodotti solo apparentemente ”uguali” e sovrapponibili, e il libro e’ nettamente piu’ distopico. La disumanizzazione e’ messa piu’ in evidenza in quanto, come ogni distopian novel che si rispetti, il singolo, l’uomo, l’uno, ”perisce”, e’ schiacciato dall’ingranaggio del sistema.

In Kubrick il singolo svetta, vince, che distopia e’?

Tutto il film e’ incentrato sull’uno, sull’uomo, su ”lui”. Dalla primissima inquadratura (l’occhio circondato da una duplice fila di ciglia finte, a simulare i denti di un ingranaggio) alla scena finale.

In mezzo inquadrature riuscitissime quanto maniacalmente studiate: come sempre in Kubrick nulla e’ messo li’ a caso e tutto, anche nel contesto di una scena cruenta, deve avere una sua simmetria, un suo ordine, una sua geometria. Ogni fotogramma, preso singolarmente, e’ un quadro, e’ la ricerca continua dei canoni classici. Innaturalissimo, ovvio, ma alla fine nel contesto distorto di un film ”distopico” ci sta.

Ecco quindi che Alex e’ sempre rigorosamente al centro preciso dell’inquadratura, i drughi si muovono sempre in sincrono, e ogni volta che compare il ”male” ( cioe’ sempre) deve essere necessariamente associato al ”bello”.

Et voila’, i personaggi sono vestiti di bianco, simbolo della purezza per eccellenza, ma dentro quelle scorze candide sono completamente bacati. Allo stesso modo e’ concepito il latte, rinforzato con la mescalina: sano e puro fuori, pericoloso e distruttivo dentro.

Lo stesso identico ruolo lo gioca la musica classica, dalla mitica ”nona” di Beethoven che accompagna le parate naziste, all’eterea ”gazza ladra” di Rossini, che parte quando i drughi stanno combattendo Billy Boy e i suoi.

Musica classica spesso riproposta ”remixata” e elettronicamente distorta, ma sempre il bello per eccellenza incarna.

E lo stesso Alex, com’e’? Kubrick se l’e’ scelto bruttino, sfigatello, emarginato sociale, insipido? ( come pure il libro lascerebbe intuire).

Certo che no. Alex e’ impersonato da un attore-Mc Dowell- bellissimo, biondo con gli occhi azzurri, ha sempre la rispostina pronta, e’ un cinico sfrontato, arrogante, supponente, non si piega mai se non quando la cura sembra funzionare (“conosco la Legge, bastardi!”).

Insomma, e’ visto sempre come un ”vincente”, qualsiasi personaggio che lo circonda e’ poca cosa rispetto a lui ( dai drughi inetti che grugniscono e basta agli stessi personaggi politici che dovrebbero somigliare a dei crudelissimi carnefici ma che alla fine sono delle banali e scialbe macchiette).

Lo spettatore lo adora, parteggia per lui dall’inizio alla fine, non riesce a vederlo come una ”vittima” verso cui provare pieta’, ma allo stesso tempo non vuole neppure vederlo punito, non lo condanna per le sue malefatte, spera che la faccia franca, che la giustizia non faccia il suo corso: e’ ”figo”, punto. E allo spettatore medio interessa solo cio’ che fa insieme ai drughi, punto.

Il film e’ notevolmente bipartito: in teoria la prima parte serve solo a introdurre i personaggi, e’ la seconda il vero nucleo della pellicola.

Solo che il ritmo rallenta, Alex si toglie ciglia e bombetta e gironzola con improbabili quanto poco ”cinebrivido” completi giacca-pantaloni anni ’70.

E lo spettatore medio sbuffa.

Il lettore, invece ,no: non e’ risucchiato dall’individualismo estremo del film, e anzi, e’ proprio a questo punto che comincia a interrogarsi sulle tematiche, a andare ”oltre” la trama. Che e’ il vero fulcro di un romanzo distopico: se non fosse attualizzabile sarebbe nulla piu’ di una favoletta futuristica.

Vediamo ora un’altra pecca del film. Il resto ovviamente e’ tutta una lode, ma se devo accodarmi alla scia di sviolinate che si e’ beccato negli anni Kubrick – dettata anche dai belati qualunquisti di chi ”deve” dire che e’ un capolavoro perché ”ho visto la maglietta di Arancia Meccanica”- allora tanto valeva non iniziarla proprio, sta benedetta recensione.

E la pecca che rilevo e’ la seguente: il ruolo della donna. E non tanto perche’ ”oddio, nudo integrale, stupro, violenza”, ma per l’ipocrita strumentalizzazione che ne fa Kucrick, mascherata da critica sociale.

La scena di sesso, la donna nuda, aumenta la curiosità dello spettatore, si sa. Figuratevi negli anni Settanta: scandalo.

E io francamente credo che quelle scene di nudo gratuito, a volte sbattuto li’ senza troppo lirismo, servano ne’ piu’ ne’ meno a questo: a sbalordire.

E, se Kubrick l’avesse ammesso, amen. Ci sta, anche l’arte e’ marketing. Invece lui no: donne nude? Le ho impiegate proprio per sottolineare quanto mi duole che la donna sia considerata un oggetto sessuale ( da quegli anni li’ effettivamente , il fenomeno della ”donna oggetto” sarebbe esploso in modo triste quanto dirompente).

A me suona come prendere un beagle, squartarlo vivo davanti a una telecamera, e sostenere di battersi per la vivisezione. Ma sorvolo. Probabilmente non comprendo fino in fondo il Genio del regista.

Altre tematiche del film e del libro: il ”marciume” delle istituzioni, di tutte le istituzioni, e di tutti i partiti politici. Il marciume che non risparmia la polizia, le carceri, non risparmia nemmeno il nucleo familiare. Se andiamo a stringere non c’e’ nemmeno UN singolo personaggio positivo: tutti sono mossi dalla logica dell’utile, ed e’ quasi impossibile venire a capo di questo grottesco gioco di ruoli, dove le figure dell’ ”amico” e del ”nemico” si alternano in continui stravolgimenti stranianti.

Nel complesso il film e il libro, ciascuno con le loro umane pecche, sono due prodotti ben fatti e tristemente profetici. Certo, due prodotti diversi. Tornando alla domanda iniziale ( e’ meglio il film o il libro?):

BOH.

Esatto, tutte queste lungaggini per risolvere il tutto in un beato: boh.

Perche’ francamente e’ come comparare due opere che quasi non c’entrano niente tra di loro.

Insomma, Kubrick se l’e’ rigirato un po’ a modo suo, il romanzo: per veicolare messaggi suoi e adattarlo ai suoi gusti e alle sue visioni del mondo. Ha inventato di sana pianta, ha demolito, ha ricostruito.

Certo, forse perche’ era ”troppo avanti” per i tempi, ”troppo acuto” per una pellicola tutto sommato rivolta alle masse, io trovo che abbia ”fallito” ( da svirgolettare e prendere con le pinze eh) , sia allora sia oggi.

Uno. Perche’ e’ un film che critica sia la violenza fisica sia quella psicologica, ma non ha fatto altro che elevare il fenomeno a ”moda”. La pellicola venne ritirata proprio per i tentativi di emulazione delle scorribande di Alex & co da parte di ragazzini esaltati.

Due, perché oggi e’ un ”cult” ,e’ vero, ma piu’ per la sua forma bellissima che per la sua sostanza.

Anzi, circa l’ottanta percento degli elementi tematici che ho rilevato, lo spettatore medio non se li ”fila”.

Ed e’ anche un film che incanta se preso ”scena per scena”, a perle, ma nel suo complesso non lega del tutto armoniosamente.

Il libro e’ l’esatto opposto: non ha sti grandi picchi lirici, ma senti invece che nel complesso ”funziona”.

Spendo ancora due parole appunto su queste ”perle” o elementi singoli che mi hanno colpito, per la loro ineccepibile bellezza.

1- la scena d’apertura del film: e’ da dieci e lode

2- il fascino persuasivo della voce narrante fuoricampo di Alex , merito dell’ottimo doppiaggio

3- l’interpretazione di Malcolm, l’attore protagonista: poco funzionale all’interno del film in termini di messaggio veicolato ( vedi sopra), ma magistrale: senza quell’attore, Kubrick o non Kubrick, il film non sarebbe mai divenuto iconico.

4- la scena della masturbazione immaginando scene di violenza/ visualizzando Gesù ballerini: grottesca, cruda, blasfema, distorta, geniale.

5- le ”quotes” memorabili riprese dal libro.

”O deliziosa delizia e incanto, era piacere impiacentito, e divenuto carne…”

”Pecore, pensavo. Ma un vero leader sa…”

”D’un tratto capii che il pensare e’ per gli stupidi, i veri cervelluti s’affidano all’ispirazione, e a quello che il buon Vogue manda loro.”

Ecco, tutto questo rende ”cinebrivido” sia il libro sia il film, per quanto il libro sia sottovalutato e il film spesso idolatrato per motivi che esulano dai suoi veri, indiscutibili, meriti.

Voto complessivo libro: 4/5

voto complessivo film: 4/5

Right right, fratellini?

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