"Cantami, o Diva…"

recensioni di libri e di film tratti da libri, scrittura creativa, spunti letterari.

ode alle sigarette.

Dio le benedica, ode alle sigarette, cantami, Diva, di questo Sturm und drang che a Goethe & co fa una sega.

Si’, Dio benedica le sigarette: e vaffanculo a chi le condanna, alle campagne di prevenzione, agli stronzi che ti additano perché ”hai il fiatone”, ai salutisti.

Tanto, o che mangiate bio o che vi sfondiate di paglie, belli distesi a allungare gli stinchi finche’ le punte delle vostre scarpine lucide toccano il fondo della bara, ci finirete.

Un bel corpicino salutista rattrappito dagli anni e baciato dai vermi,esattamente come il mio, certo. Ma io sarò bella saporita, un bel pezzo di speck affumicato.

E dicono che e’ demode’, e dicono che ormai non e’ chic: e io me ne frego, nel gesto di accendermi una sigaretta si concretizza quel poco di buono che c’e’ rimasto nel Mondo.

Se non fumate, non potete capire. Ci sta la sigaretta del buongiorno, quella che ”porca troia devo correre, mi devo alzare, che mi piaccia o no”, e la sigaretta della pausa caffe’, e la sigaretta all’aperitivo, per mandare giù meglio quei cocktail annacquati e insulsi, le scie di fumo che accompagnano i gesti delle mani, lo scampanellare di quelle quattro risate scialbe, il racconto delle piu’ sciocche ovvietà.

E le sigarette della sera, in quei locali dove se non fumassi, francamente, non sapresti che fare.

Queste sono,diciamo, le fumate di routine, quelle che si infilano tra i punti della lista di cose da fare durante la giornata, dove, per inciso, i punti di svago sono parentesi ben incluse nella to do list. Non c’e’ modo di uscire da questi schemi, da questi parametri, da questo margini, il divertimento c’e’ solo perché impazzisci senza. E’ necessario. Come il sonno, che e’ perdere tempo ma e’ necessario. Sprechiamo troppa vita a letto, che palle.

E poi ci sono sigarette speciali, pescate nello stesso pacchetto delle sigarette normali, non cambiano in nulla se non per il sapore, perché ad ogni boccata il fumo si impregna di quello che senti, come se in un certo senso aspirando ti aspirassi anche dentro.

Quelle che fumo coi miei genitori sanno in un certo senso di condivisione di qualcosa di adulto tra adulti. Che quasi ti metti a ridere a pensare a quando dovevi nasconderti, fumare di nascosto, quando ogni tiro era ribellione. Se me le sgamano, terrore: quasi quasi ancora ti senti in imbarazzo, e sorridi.

Altre sigarette speciali,amaramente speciali: quelle prima degli esami all’uni.

Si divorano, e’ come mangiarsele intere. Manco le assapori, manco le senti, inali ansia e catrame, respiri ansia, senti ansia, quelle sigarette sono la tua paura e il tuo tentativo di ma tenerti disinvolto.

E poi ci sono le sigarette delle attese, le sigarette dei punti morti , e poi le mie preferite: le sigarette del dolore.

Non perché io sia masochista, ci mancherebbe. Ma mai come in quel caso apri il pacchetto e dici ”ah vecchia mia, almeno tu.”

E te le accendi con gli occhi completamente disincantati, come a manco sbattere le palpebre. E la prima boccata e’ profonda, profondissima, proviene dal centro del mondo, dal midollo della tua coscienza, e ciò che espiri e’ il rigurgito della tua anima.

Sono quelle sigarette che ti fumi a gambe rannicchiate sui muretti, in solitudine, contemplando il nulla. Quando ti girano le palle, ed e’ un’ingiustizia, e a ogni tiro ricacci le lacrime o ti frulla di tutto in testa, o non so.

So solo che dopo che hai finito ti senti esattamente come dopo una scopata solo-sesso: un appagamento leggero, ma la bocca guasta. E la cosa triste o bella se vogliamo in tutto questo, e’ che sai che non e’ stato il fumo a aver tela resa amara.

Quelle sigarette sono amiche, confessori, sono un prete cui mettersi in ginocchio davanti e blaterare di tutto.

Sono sospiri fatti di nicotina.

 

E dio le benedica, le sigarette, che ti tengono la bocca occupata dal dire cose stupide, dal fare qualsiasi cosa…immorale, ma chi non fuma non sa cosa si perde.

Fumate!

Discocaine- viaggio nella notte di una cubista: recensione

Titolo: Discocaine

Autrice: Tatiana Carrelli

casa editrice: Mondadori

Pagine: 190 ca.

prezzo: dai 4 ai 7 euro

Anno di uscita: 2004

Genere: narrativa contemporanea

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Recensione:

Lo so, non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina. O meglio: acquistare un libro in base alla copertina che vedi.

Ma sapete, mi trovavo a una fiera, a rovistare tra scatoloni ricolmi di libri di seconda, terza mano, e stavo facendo tutto cio’ da venti minuti buoni. Con mia mamma che sbuffava e voleva passare oltre, stand delle padelle col fondo di pietra. ”Un attiiiimo Ma’, quattro libri dieci euro, e quando mi ricapita?”

E quindi i miei occhi si sono soffermati su questa donnina seminuda coi capelli rosa, mi pareva un trans, inizialmente, sono sincera. E’, mentre mi fissavo sul viso ipertruccato della discinta signorina, chiedendomi ”ma e’ uomo o donna?”gia’ l’acquisto era bello che concluso e ”discocaine” entrava a far parte della mia libreria.

Cerco di unire l’utile al dilettevole, scegliendo volutamente letture ”scabrosette”, nell’ultimo periodo. A) perche’ le storielle sentimentali e pulite mi annoiano a morte, e non le recensirei e B) perche’ queste letture sono finalizzate a divenire una potenziale fonte di ispirazione per un progetto letterario abbastanza ambizioso che sto portando avanti, e spero vada in porto. Si incanalano, ognuna a suo modo, all’interno del filone narrativo di cui mi occupo ora.

By the way.

Un oscar Mondadori. Abbastanza datato, 2004. Abbastanza datato per non essere un classico e per le esigenze del mondo attuale dell’editoria: fagocitante, convulso, e al contempo sempre piu’ vuoto in termini di contenuto.

Si avverte la patina vintage anche nella storia, un vintage che a me personalmente piace, perche’ e’ l’Universo anni 90- con abbondanti riprese degli ’80, la mia epoca storica preferita. Siamo quindi a meta’ degli anni Novanta, nell’ambiente delle discoteche del Nord Italia.

Eleonora, alias Ely ( leggendo la biografia dell’autrice si capisce che altro non e’ che l’alter ego della stessa) fa la cubista.

E racconta, in prima persona -ultimamente, manco a farlo di proposito, mi imbatto sempre nell’io narrante, nelle autobiografie o presunte tali- quattro settimane della sua vita che si comsuma di notte, sopra i cubi.

Le vicende si aprono in medias res, e restano sempre in medias res, in un certo senso. Perché non si torna mai ”ab ovo”, all’origine, il lettore non scopre mai perche’ Ely abbia iniziato a fare la cubista, ad esempio. E’ proprio come una finestra che si apre, all’interno di questo mondo distorto e capovolto dove si ”lavora” quando gli altri si riposano, si dorme quando tutti gli altri si svegliano, ecc ecc. E a un certo punto si chiude, di botto, con quei finali ”aperti” e contorti che ormai sono piu’ classici del ”e vissero tutti felici e contenti” impiegato come explicit nelle favole.

Ad ogni modo questo libro riassume tutto ciò che penso sulle discoteche. La discoteca intesa come ”ambiente”: la stessa cubista le descrive a un certo punto come ”gironi danteschi”, ”bolge infernali”. Io non le demonizzo, dico semplicemente che spesso si tratta di locali che propongono un tipo di intrattenimento che non gradisco, lo trovo ”pacchiano”, trash e volgare.

Premessa necessaria: non odio andare a ballare a prescindere.

Odio andare a ballare in certi posti.

Sapete, spesso alcune discoteche sembrano veramente un’arena trash dove si raduna il peggio della fauna umana. In termini di abbigliamento-dove ti ritirano fuori certi outfit tamarri che manco i fondi dei negozi di cinesate saprebbero partorire tanto; in termini di odori-quel tanfo di fumo, e di chiuso, e di sudore, e di gente fumata e sudata che ti si struscia addosso; e in termini di musiche di merda che ti buttano su.

E i divanetti di plastica bianca, ce li avete presenti? I ragazzini accaldati e agitati che guardano dall’alto le cubiste. Si’, a me certe discoteche fanno veramente schifo, e ho smesso di andarci da quando avevo diciassette anni circa.

Ma Ely e le sue ”amiche” ci lavorano, tra una striscia di bamba e l’altra, tra un discorso allucinato e l’altro, tra la smania di trovarsi un ”lavoro vero” e quella di continuare a guardare il mondo dal cubo, quei due metri quadri scarsi di spazio vitale disponibile.

Ora, incanalandosi in quel genere di libri che raccontano storie un po’ ”borderline” ( puo’ essere la biografia di un trans, di una prostituta, di un pappone, di un tossicodipendente …) si ritrovano, a livello proprio stilistico, tutta una serie di elementi che suonano un po’ di déjà vu. Un po’ ”trainspotting” all’italiana, un po’ ”gioventù bruciata de noialtri”.

Tali elementi ricorrenti sono:

-la prosa distorta e allucinata, secca, cruda

-il linguaggio scurrile

-i riferimenti sessuali espliciti ( anche se credevo molto peggio, e forse mi aspettavo molto di peggio, sono sincera)

Insomma: la solita ricetta droga, sesso e rock & roll. Mi correggo, in questo caso droga (tanta), sesso ( non troppo) e ”musica” house.

Tuttavia questo libro, a discapito dei suoi colleghi ”preconfezionati’ , ha in un certo senso una marcia in piu’.

Il prosare mi e’ piaciuto, mi e’ piaciuto parecchio: e’ l’elemento che ho trovato piu’ interessante in assoluto.

Per me in un libro lo stile, saro’ banale, conta un buon ottanta percento. Puoi anche avere in mente una trama che per districarla ti ci vuole una vita, e infilarci pure tutti i colpi di scena che vuoi, ma se dietro non c’e’ una buona penna, il libro non vale niente. Viceversa: un’idea? Anche esile, anche da riuscirci a riempire a fatica 150 pagine, un’idea ”basic”. Ma scritta da Dio. O, quanto meno, scritta in modo sufficientemente innovativo. Vuoi mettere?

”Prosa lucida e allucinata”, viene descritta cosi’, la sua.

Io francamente l’ho trovata geniale. Non e’ una storia che ti tiene incollata al libro, anzi, scorre abbastanza faticosamente, ma la disposizione delle parole e’ grottesca e sublime. Sono sincera: a un certo punto io mi soffermavo solo su quella, cercando di carpire qualche espressione, qualche elemento stilistico, che avrei potuto ben ”trapiantare” nei miei prodotti, in termini di ispirazione, lungi da me plagiare, di cognome non faccio Fornaciari.

Perche’ l’autrice e’ laureata in filosofia teoretica, e quindi si sofferma moltissimo sulle elucubrazioni, la ”sega mentale”, la paranoia insignificante. Ma si tratta sempre di osservazioni ciniche, acute, nichiliste, disincantate, sottilissime: per capirle devi rifletterci su ( forse anche per questo la storia ”non scorre”).

”Sono organica, non posso prescindere dallo schifo”.

Solo questa vale tutto il libro, geniale. Ge-nia-le.

Madonna, sta recensione la sto portando avanti molto ”a braccio”, me ne rendo conto. Ma ormai e’ tardi per aggiustare il tiro.

E poi a un certo punto inizia a descrivere a scatti, omettendo la punteggiatura e gli articoli.

Tanto per fare esempio apparentemente insignificante: scrivere tutto un po’ cosi’ non so se mi spiego passami una striscia di coca dai sara’ l’ultima si’ si’ giuro giuro. Poi l’inforcarci dentro aggettivi e avverbi complicati, un lessico arguto, ricercato, anche desueto, tecnico. Insomma, brava, veramente, veramente brava.

Per lo meno si discosta dai nostri modelli stilistici un po’ troppo confezionati, ormai.

Questo suo disfattismo cinico, questo pessimismo per certi versi allegro, questo suo descrivere un vuoto esistenziale generazionale in modo, tutto sommato, consapevolmente freddo, come se davvero lei fosse ”sopra” il cubo, e non ”dentro” la discoteca, un oggetto parte dell’arredamento della medesima, mi e’ piaciuto molto.

Pecche: la caratterizzazione dei personaggi ( fin troppo esile, o forse troppo contorta da non essere stata da me colta fino in fondo, ci sono dei punti che mi sono sfuggiti), la monotonia delle vicende raccontate ( canna- striscia-canna-striscia) . Tutto funzionale, non metto in dubbio: non puoi narrare efficacemente di vuoto esistenziale se non con personaggi vuoti e vicende che si risolvono in se stesse, convulse ma simili a una serie di giri a vuoto.

Tematiche: -il ruolo della donna in determinati contesti e in determinati ambienti.

Viene da chiederti: ma le discoteche sono un ”mondo a parte”, oppure, tolti i lustrini e scese dai tacchi, effettivamente le donne, anche le non cubiste, restano incollate metaforicamente ai cubi?

-la logica dell’apparire, la filosofia edonistica dello sballo a tutti i costi

-il disincanto di queste generazioni del duemila, senza ”valori”, senza passato, senza futuro, senza speranze, senza arte ne’ parte.

Davvero un bel libro, ma va letto con cognizione di causa ,cercando di non perdersi nel groviglio della prosa ,piegata alle esigenze di uno stile non convenzionale ma decisamente ermetico. Affascinante, certo, ma non alla portata di tutti.

Voto complessivo: 3.85/ 5

Consigliato: si’.

Arancia Meccanica ( a clockwork orange) : Anthony Burgess e Kubrick a confronto.

”Il libro e’ migliore del film!” Cit. Chiunque su qualunque film tratto da qualsiasi libro.

E andando a recensire ”Arancia Meccanica” allora? Anche qui il soggetto Qualunque e’ in grado di affermare ciò? Anche se si trova di fronte a Kubrick?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda.

Nel mio piccolo tento un’ardita doppia recensione simultanea libro-film, che ovviamente mi e’ ”costata” (si fa per dire) la piacevole fatica di rileggermi il libro e riguardarmi il film.

Cercherò anche di discostarmi da quelle che sono state le osservazioni ”canoniche” su queste due opere, aggiungendo qualcosa di nuovo, nei limiti del possibile.

/del gia’ detto o del già sentito.

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Arancia Meccanica, a clockwork orange, o ”un’arancia a orologeria” che dir si voglia, distopian novel (“romanzo distopico”) di Anthony Burgess, 1962. Dicasi, per la cronaca, distopico, quel genere di romanzo ambientato nel futuro, solitamente mettendo in luce una società ”persa”, ”disumanizzata”, eccessivamente controllata dalle macchine, dove l’individuo non ha speranza di riscatto.

I pilastri del genere sono ”fahrenheit 451″ , ”Brave new world” e ovviamente ”1984″, probabilmente saranno oggetto di recensione.

E’ un genere narrativo a metà strada tra il fantascientifico e il sociologico; non di rado sono presenti invettive politiche e elementi satirici.

In linea di tendenza si colloca anche Arancia Meccanica ( il romanzo), anche se, dal punto di vista narrativo, e’ decisamente sui generis. Quindi: tematiche distopiche classiche (tra l’altro in questa visione del futuro i robot non sono poi cosi’ opprimenti, e’ piu ”fantapolitico” che ”fantascientifico”) ma forma narrativa molto innovativa.

Il narratore che ha scelto di impiegare l’autore e’ l’io narrante interno e protagonista ( io ho fatto questo, io ho fatto quello), scelta che puo’ apparire assolutamente classica. E invece non per come la sviluppa Burgess.

L’io narrante e’ il narratore piu’ difficile da impiegare, gia’ di per se’: da una parte perche’ conferisce alla narrazione la cadenza monotona dell’autobiografia (che alla lunga puo’ stancare il lettore, mentre impiegando il narratore in terza persona e’ ovvio che il gioco dei punti di vista sia piu’ dinamico) , e dall’altra parte perche’ se il personaggio non e’ piu’ che ben caratterizzato ”crolla” tutta l’impalcatura del romanzo.

Quindi non solo Burgess sceglie la via piu’ impervia, ma complica ulteriormente la questione facendo si’ che l’io narrante sia c.d ”inattendibile”.

Significa che Alex de Large (”Alessandro il grande”) non e’ in grado di ricostruire le vicende con l’obiettività di un io narrante medio e ordinario, perché e’ un criminale, e’ folle, rappresenta il Male in persona e soprattutto e’ intimamente convinto di fare il Bene. Quindi tutto cio’ che gli succede e’ una ”grande ingiustizia”, e cio’ non puo’ che provocare un fortissimo effetto di straniamento nel lettore, che, eticamente, non parteggia per un assassino.

Lettore che, lo ricordiamo, si trova proiettato nel ”futuro” , in un mondo che non conosce, e quindi gia’ di per se’ perde ogni punto di riferimento.

E, come se non bastasse, deve cercare di ”tradurre” tutto cio’ che Alex e i drughi dicono, perché si esprimono con una lingua tutta loro, che e’ -per semplificare- un mix di russo e di inglese, il ”nadsat”.

Quindi riesce magari subito a intuire che ”granfia” e’ la mano , che ”Gulliver” e’ la mente ( in quanto ”viaggia”, come Gulliver), che ”cinebrivido” significa qualcosa come ”molto figo”, ma per il resto non puo’ che perdersi. Non puo’ che non riuscire a capire, non puo’ che andare avanti a leggere interiorizzando la lingua di Alex a poco a poco, esattamente come un turista straniero che dopo un po’ inizia a ”orecchiare” l’idioma del posto nuovo in cui si trova.

Insomma, un gran casino. Burgess e’ stato abilissimo, con un narratore cosi’, a portare avanti la storia fino alla fine e merita un plauso anche solo per questo.

Kubrick semplifica la lingua di Alex, la riaccosta di piu’ all’inglese, riduce notevolmente il campo dei neologismi, mantiene in vita le parole piu’ intuitive: giusto per far capire che un linguaggio nuovo effettivamente c’e’, ma lo spettatore comprende facilmente il significato di ogni singola parola, o quasi.

Nel libro, fidatevi, non e’ così.

Per la cronaca alcune edizioni di A.M riportano in appendice un ”dizionario” della lingua. Vi toglie un po’ il gusto della scoperta ma puo’ evitarvi tediose seconde o anche terze riletture che altrimenti sono necessarie.

Questo e’ cio’ che Alex de Large narra, a modo suo, questa e’ la trama: la conosciamo un po’ tutti ma la riporto per dovere di cronaca.

Alex e’ minorenne, intelligente, acuto e colto. Ama L’Ultra violenza e condivide questa sua passione con un gruppo di ragazzi come lui, i cosiddetti ”drughi”: Pete, Georgie boy e Bamba (Dim , nel film).

Sono dediti a stupri, rapine, furti, scontri con bande giovanile rivali -prima tra tutti quella capitanata da Billy boy. Particolarmente rilevante, tanto per il film quanto nel libro, e’ lo stupro di una donna, moglie di uno scrittore.

Alex viene catturato dopo una serie di scellerate peripezie, quando si macchia dell’omicidio di un’eccentrica signora ( la signora dei gatti); e viene condannato a quattordici anni di carcere. Si prospettera’ per lui un inaspettato sconto di pena, a patto che si faccia usare come ”cavia” per una cura sperimentale che consente, grazie al condizionamento mentale ( anche questo tema carissimo ai padri del genere distopico) , il rigetto di ogni violenza e la conseguente riammissione del reo all’interno della compagine sociale. Trattasi della famosissima ”cura Ludovico”. Alex accetta, la cura gli provoca il disgusto della precedente amata violenza, non solo dal punto di vista morale, ma anche dal punto di vista fisico. E se sente musica classica il malessere si acuisce.

Una volta reintegrato in societa’ scorge un mondo totalmente cambiato: lui e’ stato reso coattivamente inoffensivo, quindi ha perso l’intera sua personalita’. I suoi amici di un tempo sono diventati poliziotti, si sono cioe’ schierati dalla parte opposta, dalla parte del ”bene”. Il problema e’ che interiormente non sono cambiati, questa scelta di vita e’ solo dettata dal tentativo di essere accettati socialmente, cosi’ da continuare a esercitare senza alcun impedimento l’ultra violence, traendo perfino un guadagno da cio’.

Alex, rifiutato anche dai suoi stessi genitori, si ritrova ben presto strumentalizzato da esponenti della fazione politica opposta, che vedono in lui una vittima della società. Ode di nuovo musica classica ( lo scrittore che lo ospita lo aveva riconosciuto e si era ricordato dello stupro della moglie, quindi decide di fargliela sentire di proposito) , tenta il suicidio defenestrandosi. Si risveglia in ospedale, e’ guarito dagli effetti della cura, e’ tornato se stesso. Cerca furbescamente di non darlo a vedere , stringe un accordo col Ministro dell’ Interno, colui che inizialmente era un promotore della cura Ludovico. Così anche lui, come i suoi drughi, avra’ la possibilità di perpetuare il Male, facendo credere invece di essere una pecorella smarrita rientrata nei ranghi del gregge.

E qui, con la scena di un’orgia tutta permeata di epicita’ e lirismo, si chiude il film.

Il libro no, il libro continua: e continua nel senso di una definitiva conversione di Alex, che davvero diventa una persona retta, e che davvero intende mettere su famiglia eccetera.

Insomma: Burgess, per vendere, o anche solo per sperare di essere pubblicato, e’ costretto con un ”e vissero tutti felici e contenti” a chiudere li’ il tutto, con una risoluzione pacifica e ”politicamente corretta” che stronca l’intero messaggio del romanzo. C’est la vie.

A Kubrick i distopici piacciono, i messaggi scomodi piacciono, la critica sociale piace e tutto cio’ che provoca shock piace ( ricordiamo che fece un film sulla Lolita di Nabokov , una morbosa storia di pedofilia). Quindi questo libretto ”scabroso” di Burgess lo mando’ su di giri e gli sveglio’ il demone dell’ispirazione.

A Kubrick piacciono anche i contrasti, le inversioni di ruolo tra carnefice e vittima, le prospettive distorte e compagnia galoppante, e la sua A.M e’ un miscellaneous di tutto questo.

Quando non sai piu’ chi e’ il lupo e chi e’ l’agnello, stai certo che non puo’ che essere un film di Kubrick. Prendete sempre Lolita, (un insuccesso dal punto di vista qualitativo, perche’ il regista non e’ riuscito manco lontanamente a eguagliare il livello di Nabokov, secondo me): il carnefice e’ davvero il professore pedofilo, o possiamo invece pensare sia la ragazzina, maliziosa e tutt’altro che infantile, dolce e ingenua, che sfrutta il malato mentale a suo vantaggio?

Ecco, in Arancia Meccanica Alex sta a professore pedofilo come intera societa’ sta a Lolita.

Alex e’ apparentemente un burattino nelle mani della propaganda, non ha veri amici ma soltanto dei ”lecchini” che si rivelano essere alla fine peggiori di lui, ed e’ un rifiuto sociale in tutto e per tutto. Una vittima, in teoria.

Bisognerebbe capire pero’ fino a che livello ”si e’ meritato” questo destino cosi’ triste, come un dannato si merita l’inferno.

E cioe’: Alex e’ capace di intendere e di volere? E’ un assassino calcolatore cosciente di essere malvagio, oppure e’ inconsapevole di fare il male?

Si aprono qui due scuole di pensiero, per cosi’ dire. Personalmente ritengo che Alex del libro sia davvero convinto di essere dalla parte del ”giusto”, e’ una sorta di genio ( per la sua eta’) , ma e’ totalmente folle, e la sua follia non e’ lucida. Oltretutto ha quindici anni, e’ immaturo, e’ un prodotto manipolato gia’ dall’inizio. Non sa che sta compiendo azioni scellerate. Non lo sa fino in fondo, se non altro. Un ragazzino annoiato e, andando a stringere, insipido. Una vittima inconsapevole al cento percento, prima, durante e dopo la cura.

Alex di Kubrick no. E’ un personaggio ben diverso.

Lo si capisce dagli sguardi malvagi, consapevoli e compiaciuti, che a volte sembra lanciare al pubblico, lo si capisce da quel ”guarda bene, fratellino”: e’ consapevole di ciò che fa’, e’ un carnefice, un manipolatore, e’ la ragionata incarnazione del Male, ed e’ un adulto. Particolare niente affatto irrilevante. Prima e’ un carnefice a tutti gli effetti, si tramuta in una vittima, finge di restate tale e alla fine del film riafferma il suo ruolo di carnefice.

Nel libro vince la società, che lo riconverte a tutti gli effetti, nel film vince lui.

Ed e’ quello che lo spettatore si aspetta, purtroppo.

Il personaggio e’ costruito dal regista in maniera esemplare, arguta e a dir poco trionfale: e’ senza dubbio uno dei volti migliori della Storia del cinema.

E questa, paradossalmente, e’ la piu’ grande pecca del film, perche’ impedisce di essere fedeli al libro fino in fondo, cosa che secondo me in un’opera ”tratta da” e’ assolutamente dovuto: la società, che ho chiamato “Lolita”, e’ uno strumento nelle mani dell’attore protagonista.

Resta -quest’ultima- una vittima inconsapevole, mentre, ovviamente, un film di critica sociale dovrebbe dimostrare tutt’altro.

Il motivo di fondo del film e’, tutto sommato, un inno al libero arbitrio, un accorato quanto fin troppo perbenista ”lasciate stare Caino”, non strumentalizzate i lupi, lasciateli essere cio’ che sono perche’ tanto non otterrete nessuna risoluzione e poi, alla fine, voi ( istituzioni) siete peggio di loro. Una societa’ che combatte contro la criminalità, sbaglia i mezzi, e perisce.

Quindi da una parte, nel libro, il trionfo di un sistema distorto laddove il personaggio principale, vittima, non piace al lettore.

Dall’altra parte, nel film, la sconfitta di un sistema distorto laddove il personaggio principale, carnefice, piace allo spettatore perché e’ obiettivamente ”un gran figo”.

Quindi libro e film sono due prodotti solo apparentemente ”uguali” e sovrapponibili, e il libro e’ nettamente piu’ distopico. La disumanizzazione e’ messa piu’ in evidenza in quanto, come ogni distopian novel che si rispetti, il singolo, l’uomo, l’uno, ”perisce”, e’ schiacciato dall’ingranaggio del sistema.

In Kubrick il singolo svetta, vince, che distopia e’?

Tutto il film e’ incentrato sull’uno, sull’uomo, su ”lui”. Dalla primissima inquadratura (l’occhio circondato da una duplice fila di ciglia finte, a simulare i denti di un ingranaggio) alla scena finale.

In mezzo inquadrature riuscitissime quanto maniacalmente studiate: come sempre in Kubrick nulla e’ messo li’ a caso e tutto, anche nel contesto di una scena cruenta, deve avere una sua simmetria, un suo ordine, una sua geometria. Ogni fotogramma, preso singolarmente, e’ un quadro, e’ la ricerca continua dei canoni classici. Innaturalissimo, ovvio, ma alla fine nel contesto distorto di un film ”distopico” ci sta.

Ecco quindi che Alex e’ sempre rigorosamente al centro preciso dell’inquadratura, i drughi si muovono sempre in sincrono, e ogni volta che compare il ”male” ( cioe’ sempre) deve essere necessariamente associato al ”bello”.

Et voila’, i personaggi sono vestiti di bianco, simbolo della purezza per eccellenza, ma dentro quelle scorze candide sono completamente bacati. Allo stesso modo e’ concepito il latte, rinforzato con la mescalina: sano e puro fuori, pericoloso e distruttivo dentro.

Lo stesso identico ruolo lo gioca la musica classica, dalla mitica ”nona” di Beethoven che accompagna le parate naziste, all’eterea ”gazza ladra” di Rossini, che parte quando i drughi stanno combattendo Billy Boy e i suoi.

Musica classica spesso riproposta ”remixata” e elettronicamente distorta, ma sempre il bello per eccellenza incarna.

E lo stesso Alex, com’e’? Kubrick se l’e’ scelto bruttino, sfigatello, emarginato sociale, insipido? ( come pure il libro lascerebbe intuire).

Certo che no. Alex e’ impersonato da un attore-Mc Dowell- bellissimo, biondo con gli occhi azzurri, ha sempre la rispostina pronta, e’ un cinico sfrontato, arrogante, supponente, non si piega mai se non quando la cura sembra funzionare (“conosco la Legge, bastardi!”).

Insomma, e’ visto sempre come un ”vincente”, qualsiasi personaggio che lo circonda e’ poca cosa rispetto a lui ( dai drughi inetti che grugniscono e basta agli stessi personaggi politici che dovrebbero somigliare a dei crudelissimi carnefici ma che alla fine sono delle banali e scialbe macchiette).

Lo spettatore lo adora, parteggia per lui dall’inizio alla fine, non riesce a vederlo come una ”vittima” verso cui provare pieta’, ma allo stesso tempo non vuole neppure vederlo punito, non lo condanna per le sue malefatte, spera che la faccia franca, che la giustizia non faccia il suo corso: e’ ”figo”, punto. E allo spettatore medio interessa solo cio’ che fa insieme ai drughi, punto.

Il film e’ notevolmente bipartito: in teoria la prima parte serve solo a introdurre i personaggi, e’ la seconda il vero nucleo della pellicola.

Solo che il ritmo rallenta, Alex si toglie ciglia e bombetta e gironzola con improbabili quanto poco ”cinebrivido” completi giacca-pantaloni anni ’70.

E lo spettatore medio sbuffa.

Il lettore, invece ,no: non e’ risucchiato dall’individualismo estremo del film, e anzi, e’ proprio a questo punto che comincia a interrogarsi sulle tematiche, a andare ”oltre” la trama. Che e’ il vero fulcro di un romanzo distopico: se non fosse attualizzabile sarebbe nulla piu’ di una favoletta futuristica.

Vediamo ora un’altra pecca del film. Il resto ovviamente e’ tutta una lode, ma se devo accodarmi alla scia di sviolinate che si e’ beccato negli anni Kubrick – dettata anche dai belati qualunquisti di chi ”deve” dire che e’ un capolavoro perché ”ho visto la maglietta di Arancia Meccanica”- allora tanto valeva non iniziarla proprio, sta benedetta recensione.

E la pecca che rilevo e’ la seguente: il ruolo della donna. E non tanto perche’ ”oddio, nudo integrale, stupro, violenza”, ma per l’ipocrita strumentalizzazione che ne fa Kucrick, mascherata da critica sociale.

La scena di sesso, la donna nuda, aumenta la curiosità dello spettatore, si sa. Figuratevi negli anni Settanta: scandalo.

E io francamente credo che quelle scene di nudo gratuito, a volte sbattuto li’ senza troppo lirismo, servano ne’ piu’ ne’ meno a questo: a sbalordire.

E, se Kubrick l’avesse ammesso, amen. Ci sta, anche l’arte e’ marketing. Invece lui no: donne nude? Le ho impiegate proprio per sottolineare quanto mi duole che la donna sia considerata un oggetto sessuale ( da quegli anni li’ effettivamente , il fenomeno della ”donna oggetto” sarebbe esploso in modo triste quanto dirompente).

A me suona come prendere un beagle, squartarlo vivo davanti a una telecamera, e sostenere di battersi per la vivisezione. Ma sorvolo. Probabilmente non comprendo fino in fondo il Genio del regista.

Altre tematiche del film e del libro: il ”marciume” delle istituzioni, di tutte le istituzioni, e di tutti i partiti politici. Il marciume che non risparmia la polizia, le carceri, non risparmia nemmeno il nucleo familiare. Se andiamo a stringere non c’e’ nemmeno UN singolo personaggio positivo: tutti sono mossi dalla logica dell’utile, ed e’ quasi impossibile venire a capo di questo grottesco gioco di ruoli, dove le figure dell’ ”amico” e del ”nemico” si alternano in continui stravolgimenti stranianti.

Nel complesso il film e il libro, ciascuno con le loro umane pecche, sono due prodotti ben fatti e tristemente profetici. Certo, due prodotti diversi. Tornando alla domanda iniziale ( e’ meglio il film o il libro?):

BOH.

Esatto, tutte queste lungaggini per risolvere il tutto in un beato: boh.

Perche’ francamente e’ come comparare due opere che quasi non c’entrano niente tra di loro.

Insomma, Kubrick se l’e’ rigirato un po’ a modo suo, il romanzo: per veicolare messaggi suoi e adattarlo ai suoi gusti e alle sue visioni del mondo. Ha inventato di sana pianta, ha demolito, ha ricostruito.

Certo, forse perche’ era ”troppo avanti” per i tempi, ”troppo acuto” per una pellicola tutto sommato rivolta alle masse, io trovo che abbia ”fallito” ( da svirgolettare e prendere con le pinze eh) , sia allora sia oggi.

Uno. Perche’ e’ un film che critica sia la violenza fisica sia quella psicologica, ma non ha fatto altro che elevare il fenomeno a ”moda”. La pellicola venne ritirata proprio per i tentativi di emulazione delle scorribande di Alex & co da parte di ragazzini esaltati.

Due, perché oggi e’ un ”cult” ,e’ vero, ma piu’ per la sua forma bellissima che per la sua sostanza.

Anzi, circa l’ottanta percento degli elementi tematici che ho rilevato, lo spettatore medio non se li ”fila”.

Ed e’ anche un film che incanta se preso ”scena per scena”, a perle, ma nel suo complesso non lega del tutto armoniosamente.

Il libro e’ l’esatto opposto: non ha sti grandi picchi lirici, ma senti invece che nel complesso ”funziona”.

Spendo ancora due parole appunto su queste ”perle” o elementi singoli che mi hanno colpito, per la loro ineccepibile bellezza.

1- la scena d’apertura del film: e’ da dieci e lode

2- il fascino persuasivo della voce narrante fuoricampo di Alex , merito dell’ottimo doppiaggio

3- l’interpretazione di Malcolm, l’attore protagonista: poco funzionale all’interno del film in termini di messaggio veicolato ( vedi sopra), ma magistrale: senza quell’attore, Kubrick o non Kubrick, il film non sarebbe mai divenuto iconico.

4- la scena della masturbazione immaginando scene di violenza/ visualizzando Gesù ballerini: grottesca, cruda, blasfema, distorta, geniale.

5- le ”quotes” memorabili riprese dal libro.

”O deliziosa delizia e incanto, era piacere impiacentito, e divenuto carne…”

”Pecore, pensavo. Ma un vero leader sa…”

”D’un tratto capii che il pensare e’ per gli stupidi, i veri cervelluti s’affidano all’ispirazione, e a quello che il buon Vogue manda loro.”

Ecco, tutto questo rende ”cinebrivido” sia il libro sia il film, per quanto il libro sia sottovalutato e il film spesso idolatrato per motivi che esulano dai suoi veri, indiscutibili, meriti.

Voto complessivo libro: 4/5

voto complessivo film: 4/5

Right right, fratellini?

Le Undimila Verghe- Guillaume Apollinaire -recensione

Titolo: le Undicimila Verghe

Autore: Guillaume Apollinaire

Anno uscita prima edizione: 1907

Casa editrice: varie (la mia è Newton Compton, inserita all’interno di una raccolta); e’ comunque reperibile in pdf

Genere: erotico

Pagine: un centinaio ca.

Costo: varia dagli 11 euro ca. in su se preso singolo -ma è gratuitamente scaricabile in pdf

Recensione:

Cambiamo totalmente Paese, ci spostiamo cioe’ dall’America frenetica degli anni ’50 alla Francia dei primi del Novecento.
Qui incontriamo, tra gli altri, Guillaume Apollinaire. Questo autore anche abbastanza bizzarro, che, feritosi alla testa a causa di un proiettile durante un combattimento, si sarebbe cinto la fronte con una fascetta metallica , indossandola per il resto della sua vita: una sorta di anello di Saturno sul capo. Fantasioso, innovatore, ricco di inventiva, un fiume in piena.
Non voglio recensire il lato ”pulito” di questo autore, il lato, per cosi’ dire ”canonico”, ”ufficiale”, quello delle poesie d’amore, o delle poesie di pace e di querra, o piu’ in generale dei calligrammi. ( avrete sicuramente presente quei componimenti dove le parole formano delle figure, ad ogni modo ve ne ”copincollo” qualcuno in lingua originale e a titolo chiarificatore)

[Da notare anche la vicinanza stilistica calligrammi- componimenti del futurismo, non a caso Guillaume avrebbe ceduto al fascino di Marinetti &co. N.d.r]

Voglio profittare della carica eversiva di Apollinaire recensendo le “undicimila verghe”, ovvero un romanzo erotico estremamente scabroso, farneticante, umoristico (“witty”), delirante, ”marcio”, satirico  che e’ circolato sottobanco per lunghissimo tempo, come del resto molti altri scritti del genere, sempre tacciati di immoralita’ ( pensate che la stessa povera Madame Bovary -che comunque romanzo erotico non e’- suscito’ lo scandalo, e non c’e’ nessuna descrizione esplicita di rapporti sessuali all’interno, anzi, il prosare di Flaubert e’ estremamente elegante).

Qui non solo si parla di sesso ( oserei dire che si parla unicamente di sesso) , ma lo si fa esplorando, attraverso le per cosi’ dire ”avventure” del protagonista, tutte le bassezze e le perversioni del genere umano.
Ora, ho intenzione di pubblicare prossimamente un excursus sulla letteratura erotica: non perche’ questo genere mi stia particolarmente a cuore, ma perche’, per quanto sia tornato in auge grazie a quell’orribile e dozzinale trilogia -le 50 sfumature- aleggia molta ignoranza in merito. Ignoranza anche terminologica: tendiamo a confondere continuamente l’erotismo con la pornografia, o a considerare come racconti ”erotici” romanzi che sono semplicemente ”spinti”.

Nel contesto della narrativa erotica, articolata nei suoi vari sottogeneri, le undicimila verghe rappresentano la punta di diamante, il non plus ultra della scabrosità.
Lo approfondiremo abbondantemente in seguito, ma inizio col dire che esistono diversi approcci all’erotismo in letteratura : esiste l’elegante eros estetico( un po’ alla d’Annunzio, ma piu’ spinto, diciamo che d’Annunzio si colloca un po’ ”borderline” tra l’erotismo vero e proprio e un sentimentalismo decisamente passionale), esiste l’eros emotivo ( tipico delle autrici donne: in tali descrizioni di amplessi notiamo un richiamo continuo alle sensazioni, alle emozioni; e’ un approccio che scaturisce dalla concezione femminile della sessualita’, quasi inscindibile dai sentimenti) , esiste l’eros chirurgico ( tipico stavolta degli autori uomini, molto piu’ corporali, che si soffermano sulle descrizioni piu’ analiticamente e freddamente, come se stessero visionando dei manichini) , e esiste poi l’eros ”volgare” ( per quanto questo termine non mi piaccia affatto): quello che impiega un linguaggio estremamente scurrile, irriverente, provocatore. Trattasi dell’eros piu’ scapigliato, piu’ rivoluzionario. E Apollinaire lo esalta in modo magistrale.

La trama delle verghe e’ decisamente scarna, anzi, in questo caso Apollinaire non si preoccupa nemmeno di conferire una veste realistica alle vicende che narra, forse anche per creare una sorta di ”distacco” tra l’opera e il vissuto o per meglio dire il ”vivibile”.
il protagonista, cioe’ il principe rumeno Movy Vibescu, non e’ minimamente caratterizzato, se non per la sua estrema immoralita’. Si circonda di amici e amiche -anche loro dai discutibili costumi- ( Amandine, Culculine, e un ladro chiamato Cornaboeux) e insieme a questa combriccola si caccia in numerosi guai ed e’ coinvolto in esperienze ai limiti dell’umano.
Vengono, nel ritmo serrato e convulso offerto dal progredire della trama, ”accontentati” ,per cosi’ dire , tutti gli appetiti umani: Movy e’ bisessuale, quindi cio’ permette di descrivere e il sesso omosessuale (saffico e non) e il sesso eterosessuale; non disdegna le orge o i piu’ ”intimi” rapporti a tre;  non disdegna l’Universo sadomaso. Ed ecco allora un raccontare di torture inumane che farebbero impallidire i membri dell’ Onu: da orecchie strappate nell’impeto della passione, vagine smembrate, coltelli infilati nell’ano, budella che vengono fatte fuoriuscire dai genitali martoriati per poi cingersi la vita con esse, frustate che provocano la fuoriuscita copiosa di sangue, terga che vengono percosse, e cosi’ via.
Non manca la necrofilia, perche’ Movy & co si macchieranno d’omicidio pur di soddisfare questa perversione; non manca nemmeno la coprofagia. Non mancano gli amplessi con uomini di Chiesa e neanche, purtroppo, atti sessuali completi con bambini, i quali vengono anche fatti accoppiare tra di loro e poi percossi a sangue. The last, but not the least: sesso incestuoso omosessuale padre-figlio minorenne. La ciliegina sulla torta.

Il tutto e’ minuziosamente descritto sotto la lente di un narratore ( credo onnisciente) in terza persona, decisamente invadente: un narratore che non scompare, anzi, si lascia sfuggire anche qualche commento ironico, beffardo, sarcastico, tagliente.
Il linguaggio, dicevo, attinge dal lessico piu’ laido che il vocabolario offre, anche se non mancano inaspettati momenti lirici ( addirittura l’inserimento di  vere e proprie poesie, sempre a sfondo erotico, ma poesie) che pero’ non fanno altro che rendere il tutto ancora piu’ grottesco.
Questa e’ una tecnica decisamente interessante. La troviamo anche in Kubrick. Trattasi cioe’ dell’associazione male-arte, dove per arte intendiamo la matrice del bello e di ogni purezza. Avrete presente in Arancia Meccanica che la musica classica accompagna stupri, episodi d’autoerotismo e quant’altro. Lo stesso Alex, che e’ il male in persona, non disdegna affatto Beethoven, anzi ne e’ appassionato. Oppure in full metal jacket  notiamo una scena finale di tutto rispetto: i soldati marciano e intonano la canzoncina di Topolino, uno dei simboli degli USA per eccellenza, ma anche un personaggio che normalmente e’ associato alla purezza, all’infanzia, all’ innocenza e compagnia cantante. Il male che svetta ancora di piu’ grazie a queste stridenti associazioni.
Riporto qui un breve estratto dell’opera, tanto per rendere chiaro il tenore generale della stessa:

”Alexine giaceva estasiata sul letto, essi poterono reciprocamente ammirare i loro corpi. Il grosso culo di Culculine ondeggiava a meraviglia sotto un vitino di vespa, e le grosse palle di Mony si gonfiavano sotto un cazzo enorme di cui Culculine si impadroni’. ”Mettilo prima a lei” disse Culculine, ”a me farai dopo.”
Il principe accosto’ il suo membro alla vulva semichiusa di Alexine che trasali’ al contatto: ”mi uccidi!” Grido’. Ma il palo penetro’ fino alle palle e ne usci’ subito dopo per ritornare dentro come un pistone. Culculine sali’ sul letto e avvicino’ la sua nera fica alla bocca d’ Alexine, mentre Mony le leccava il buco del culo. Alexine ruotava il sedere come indemoniata, e ficco’ un dito nel buco del culo di Mony…”

Eccetera. Ora. Se voi scorrete alla fine di questa recensione  potrete benissimo notare il mio voto positivo, e anche un bel ”si’ ” accanto alla voce ”consigliato.”
Si tratta infatti di un’opera satirica di tutto rispetto, che mette in ridicolo fino a umiliare in modo crudele la borghesia, i politici, il loro ben pensare, la loro morale pulita, i loro schemi mentali, il loro perbenismo bigotto, il loro scandalizzarsi per qualsiasi inezia salvo poi comportarsi come delle bestie nella vita privata- poi non tanto privata. E la penna di Apollinaire e’ impietosa: si scaglia contro di loro come una lingua di fuoco, morde come una serpe, lascia un segno sanguinante. E’ un’invettiva cruda e spietata,magistrale e indignata, tragicamente attuale.
Lo stesso titolo dell’opera e’ ironicamente sferzante, quasi blasfemo: gioca con la facilita’ con cui si confondono i termini ”verga’, e ”vergine” a causa della loro fortissima assonanza ( in lingua francese, chiaramente.)

Consiglio quindi il libro per una serie di motivi: e’ breve, e’ gratis ( reperibile anche in PDF , si scarica comodamente da internet), e’ un pilastro della letteratura erotica, consente di scoprire il lato nascosto di un autore- Apollinaire, appunto- che altrimenti sarebbe visto riduttivamente come un poeta anche direi ”sdolcinato”; e non ultimo consiglio la lettura agli aspiranti scrittori ( soprattutto di noir o thriller  o comunque racconti truculenti perche’ le scene violente sono descritte decisamente bene e possono fornire un valido spunto) ,agli appassionati di satira politica, e più per esteso a tutti coloro che cercano una lettura insolita, surreale, straniante, cruda, ”forte”.

Da leggere anche, per riallacciarsi al tenore e alle tematiche dell’opera: Kafka, le Metamorfosi. Stessa o simile critica alla borghesia, immutato surrealismo, minore crudezza espressiva, minore impatto emotivo. Lettura piu’ ”soft”: lo scarafaggio Gregor Samsa non ”incula a sangue” (cit.) nessuno.

 

Voto complessivo: 4/5 (per apprezzarlo a pieno il lettore deve “mettersi in gioco” e abbandonare numerosi preconcetti, pregiudizi; è un lavoro non sempre facile per cui posso capire che il libro lasci perplessi o semplicemente non piaccia o addirittura disturbi)

Consigliato: sì (per i motivi specificati e ai lettori specificati)

jack Kerouac- On the road – recensione completa (no spoiler)

Titolo: Sulla strada ( a volte lasciato On the Road)
autore: Jack Kerouac
Casa editrice: Mondadori ( per lo meno la mia versione ma e’ ovviamente riproposto da moltissime c.e)
Anno uscita prima edizione: 1957
Pagine: 382
Costo: 12 euro
Genere: tradizionalmente e’ inteso come ”romanzo giovanile di formazione”- narrativa statunitense post WWII

Recensione completa. NO SPOILER.

”E non sapete che Dio e’ Winnie the Pooh?”

Libro apparentemente semplice, lineare, come la strada che si srotola di fronte agli occhi dei personaggi. Opera in realta’ molto complessa, che non si liquida in poche parole, in quanto e’ doveroso tenere conto dei molteplici piani di lettura che la caratterizzano.
Le recensioni che negli anni si sono susseguite-ricordiamo che il libro e’ vecchio di oltre mezzo secolo- sono nettamente bipolarizzate: o lo stroncano, sostenendo sia un’opera sopravvalutata, o lo celebrano, vedendo in esso un capolavoro. Addirittura un romanzo che ti cambia la vita. Di certo non suscita e non ha mai suscitato emozioni tiepide, e questo e’ tipico dei ”grandi”, siano essi grandi libri, o grandi film, o grandi personaggi storici.

Che Sal Paradise sia l’alter ego di Kerouac stesso e’ appurato, che il libro sia stato scritto in tre settimane forse e’ solo leggenda. Si tratta quindi del ”diario di bordo”, del racconto di tre viaggi, compiuti da  Kerouac-Sal Paradise, in lungo e in largo per l’America. 
E, davvero, si puo’ anche chiudere qui con la trama. Uno, perché cosi’ evito lo spoiler e due, perché effettivamente la trama e’ tutta qui. Il resto, essenzialmente, e’ il resoconto dettagliato dei fatti vicenda dopo vicenda, amplesso dopo amplesso ( anche se Kerouac non descrive mai le scene ), discorso favoleggiante dopo discorso favoleggiante. Il tutto a un ritmo serrato, ma che alla lunga stanca: vira obiettivamente verso il ripetitivo.
Narratore interno e protagonista, il classico ”io narrante” che racconta sue vicende passate, si esprime in uno slang giovanile chiaramente tradotto , ma che sarebbe stato meglio lasciare intatto. Questo e’ un discorso che faccio uguale per qualsiasi romanzo statunitense del periodo post bellico o appena precedente, da Fitzgerald, a Salinger, a Kerouac: vanno letti in lingua originale. Vanno capiti. E vanno ovviamente contestualizzati. Purtroppo l’american english e l’italiano non sono lingue perfettamente sovrapponibili, soprattutto per cio’ che concerne l’impiego di  talune espressioni idiomatiche. Leggerselo tradotto, per quanto la traduzione sia attenta e fedele, lo rende un po’ forzato, di certo piu’ artificioso.

On the road letto in lingua originale, in sostanza, è nettamente superiore al riadattato “sulla strada”. Se si mastica bene l’inglese vale la pena misurarsi col testo autentico.
Cio’ detto.
Dovessi fermarmi al primo piano di lettura, per cosi’ dire ”nudo e crudo”, del libro ”in se’ per se’ ”, anche io non potrei non accodarmi alle critiche tutto sommato negative. E, badate bene, io adoro questo libro.
La domanda che ci si deve porre pero’ e’ un’altra: puo’ on the road essere davvero analizzato avulso dal contesto culturale e soprattutto senza tenere conto della filosofia che, volente o nolente, lo permea?
Considerando che questo romanzo e’ visto come il ”manifesto” di un movimento, quello della Beat generation, direi di no.
E il discorso si fa allora molto piu’ complesso: tanto scarna ( o monotona, se vogliamo) la trama, tanto ricco di contenuti il libro. 
Contesto storico: l’America post bellica, e fin qui ci siamo. 
America trionfatrice, America che si bea di essere ora la prima potenza mondiale, America che raccoglie i frutti della guerra stessa: ha dimostrato la sua potenza, ha piegato i regimi dittatoriali, ha stroncato anche il Giappone.
…e i cittadini americani, allora?
Sono gli anni dell’ ”American dream”: gli U.S.A sono la faccia pulita del mondo, figli della democrazia, ogni american man quindi si trova ( o dovrebbe trovarsi) immerso in un contesto di benessere e dovrebbe sentirsi addirittura in dovere di ostentare la propria superiorità culturale ( suggerisco di guardare i vecchi cartoni animati  del ’42, ’43 della WB e della Disney stessa, coi loro intenti propagandistici e tristemente autocelebrativi) . Gli U.S.A sono i primi, i soli, gli unici, i piu’ grandi. E l’uomo americano ”tipo” dovrebbe incarnare tutto cio’.
Non c’e’ posto per l’ansia di vivere, la fuga dalla noia esistenziale: perché fuggire dal Paradiso?
E poi ci sono loro. Sal Paradise, Dean Moriarty, Marylou. Loro non brillano: loro ardono, scoppiano, esplodono come fuochi d’artificio. Si consumano.
Loro non pensano a trovarsi un lavoro fisso, se anche si sposano si tratta di relazioni abbastanza frivole, loro conoscono un modo migliore, forse anzi l’unico modo per vivere la propria giovinezza: la strada.
Avvertono la chiamata della strada ( non della meta, della strada, attenzione) e  si incamminano. Fuggire,  cercare cosa?
Qualcosa: il beat, il ritmo, il battito, e’ questo qualcosa.
Ma se ”to beat” significa battere, tenere il tempo, allora loro sono i battuti, gli sconfitti, i disadattati, i dannati, la gioventù bruciata.
E effettivamente e’ vero.
Fuggono dal tempo -non esiste cosa piu’ raggelante dell’invecchiare.
Fuggono dalle famiglie-e non se ne creano di altre.
Fuggono dalla lucidita’ mentale- benzedrina, alcool etc.
Fuggono dalle responsabilità: la strada li abbraccia, questo personaggio vero e proprio, la strada che viene concepita come una dea, la strada e’ sacra. Dove c’e’ la strada non c’e’ preoccupazione, se non quella di spingersi più avanti.
Dove andiamo? Non importa, basta che andiamo.”
Un messaggio tremendo, agghiacciante, ”creepy” ( disturbante) : per questo io interruppi la lettura a meta’, quest’ estate. ( per poi riprenderla in seguito e finire il libro.)
Non tanto per la storia descritta che obiettivamente non scorre, si ”inceppa”, fa venire la tentazione di saltare qualche pagina: ma per il messaggio.
Da una parte, soprattutto se hai venti anni, questo modo di pensare ti affascina e magari ti spinge anche a celebrare lo spirito d’avventura, a ricercare la liberta’ sopra ogni cosa. Ma questa idea di fuga a vuoto e’ lacerante, questo edonismo a tutti i costi nausea. E’ come ingurgitare un grandissimo quantitativo di dolce: all’inizio e’ squisito ma dopo la terza fetta non ne puoi piu’.
E non ne poteva piu’ manco Kerouac, visto che a un certo punto si decideva sempre a tornare. Ma il demone dell’amico Dean Moriarty, grande calamita delle vicende, lo spingeva di nuovo a ripartire.
Normalmente questo libro viene consigliato -o imposto- al liceo, ed e’ tradizionalmente concepito come ”romanzo di formazione”. Ecco allora che la strada e il viaggio vengono innalzati a metafora della vita. 
Questa visione classica di on the road, a mio avviso, e’ discutibile, da rivedere.
Non credo sia un romanzo di formazione: nel romanzo di formazione ( es. I promessi sposi) il personaggio parte che e’ A, si sposta da x a y, torna che e’ B.
Non ritengo che Sal Paradise abbia compiuto una trasformazione interiore, una maturazione, al di la’ di aver sommato esperienze su esperienze, al di la’ di aver sperimentato che con due spicci in tasca e la voglia di partire si puo’ arrivare ovunque.
il Sal dell’inizio del primo viaggio e’ lo stesso del monologo dell’explicit, e questo proprio perche’ il libro non deve insegnarti nulla, la strada, piu’ che maestra, e’ una donna d’amare e seguire. Un’amante.
Non a caso Kerouac e’ uno che muore di cirrosi epatica a 47 anni.
E la stessa sorte tocca un po’ a tutti i suoi amici, anche loro fulcro della beat generation, persone realmente esistite.
E direi che in questo sta la bellezza del libro: e’ un libro vero, una testimonianza autentica. Sal e Dean hanno davvero sommato questo numero rilevante di conquiste, hanno davvero incontrato personaggi ”folli”, hanno davvero filosofeggiato su Dio e sulla Morte e sull’Arte e più’ in generale sul senso della vita, hanno davvero pensato di organizzare un’orgia ecc ecc.
Ed erano gli anni cinquanta del Novecento: vi rendete conto com’era, all’epoca, il tessuto sociale in Italia? 
Non risulterebbe abbastanza ardito anche oggi un lifestyle del genere? Insomma: io avessi un figlio storcerei un attimino il naso a saperlo per la route66 in compagnia di un gruppo di disadattati guidati da un tizio da carcere e ”riformatorio”.
Altre tematiche del libro che esulano-ma poi non tanto- dalla filosofia della beat generation: l’amicizia ( che nasce sempre da un sentimento di ammirazione. Vorrei pero’ far notare al lettore  il cinismo disfattista, forse involontario, dell’autore: Carlo Marx e’ omosessuale, quindi l’amicizia che stringe con Dean in realta’ cela ben altri appetiti; Sal stesso e’ amico di Dean tanto da seguirlo sempre e ovunque, ma quest’ultimo non esita ad abbandonarlo in preda alle febbri; e lo stesso Sal-Kerouac, che non e’ esattamente uno stinco di santo, mette gli occhi addosso alla donna di Dean, Marylou) , l’amore ( molto fisico, inconsistente, fatto soprattutto di carne: l’autore mette in evidenza l’impossibilita’ di stringere o mantenere dei legami. Del resto, non rimanendo mai fisso in un determinato posto, risulta praticamente impossibile pensare a una relazione seria.), la paura della morte e, prima ancora, della vecchiaia.
I personaggi si somigliano un po’ tutti, ma sono a tutto tondo: anche per forza, essendo trasposizioni letterarie di persone vere.
In particolar modo Sal risulta venato di risvolti psicologici interessanti: a volerlo ”tipizzare” e’ l’ ”artista outsider”, bello e dannato, ce lo immaginiamo vestito da hipster, l’aria sfatta e consumata di chi ha visto troppa vita, una sigaretta in bocca, l’occhio socchiuso che scruta l’orizzonte. E’ interessante questa sua ”lotta” interiore tra la smania di partire e la voglia di rimettere, ogni tanto, la testa a posto. Ed e’ la stessa voglia che viene al lettore. ”Cosa mi frena? Perche’ io no?”. ”Dai, aspetta, forse e’ un po’ tutto esagerato.”
Ce lo immaginiamo poi curvo sulla macchina da scrivere, passare tutta la notte a battere sui tasti, finche’ il ”rotolo” non tocca il pavimento.
Immagine bellissima, non a caso e’ stata ripresa pari pari anche nel film.
Dean Moriarty e’ forse il vero protagonista: senza di lui non ci sarebbe il romanzo. E’, insomma, il piu’ ”beat” di tutti. Emarginato sociale, ritiene pero’ di sapersi muovere bene all’interno della societa’ stessa, e di amarla pure. Dean e’ una sorta di ”walking contraddiction”, un personaggio c.d ”inattendibile”.

L’opera e’ ovviamente consigliata. E’ uno di quei libri che vanno assolutamente letti, anzi, nella vita ”on the road” andrebbe letto almeno due volte.
La prima a vent’anni ( non prima, secondo me: lo ripeto, non e’ libro da liceali), quando cioe’ il giovane lettore puo’ coglierne soprattutto gli aspetti ”mitici”, esaltandosi nella lettura, aggrappandosi alla propria giovinezza e celebrandola come eta’ dell’oro, delle esperienze intense, delle ”follie” e della libertà.
E la seconda volta verso i quaranta. Sicuramente con altri occhi.
Mi ripropongo di farlo anche io, tra una ventina d’anni.

E fu cosi’ che iniziò in realta’ la mia esperienza sulla strada, e le cose che sarebbero successe dopo sono troppo fantastiche per non raccontarle.”
E noi ti seguiamo, caro Jack Kerouac. Ti seguiamo sulla strada da una cinquantina d’anni, ti abbiamo rivisto di riflesso negli hippie, sei approdato al cinema l’anno scorso. E non senza un certo rammarico: anche tu,come Bukowski e Chuck P., rischi di essere innalzato a fenomeno commerciale, ”pop” e in voga, banalizzando lo spirito di quegli anni. Scadi da ”filosofia di vita” -e effettivamente i ”beat brothers” sono rimasti tali tutta la vita- a ”oddio che figo, questi fanno cose pazze”. 
Un autore che diventa inconsapevolmente metro di un edonismo molto piu’ frivolo di quello dei suoi anni. Ancora piu’ vuoto, se possibile.
Ma forse anche questo e’ il prezzo dell’immortalita’, caro Kerouac.
Stay beat.

Voto complessivo: 4, 50/ 5  ( non e’ un libro che ”scorre” , e questo puo’ urtare il lettore e spingerlo a non leggere oltre)
Consigliato:  decisamente si’.

silvia avallone- acciaio, recensione breve.

Titolo: Acciaio

Autore: Silvia Avallone

Casa editrice: Rizzoli

Anno di uscita prima edizione: 2010

Pagine: 360

Costo: 13 € ( non e-book)

Recensione completa. NO Spoiler

Rizzoli Vintage, perche’ ”i buoni libri migliorano col tempo”. Scelta discutibile, considerando che il libro e’ uscito solo nel 2010, e tre anni difficilmente conferiscono a un’opera quella patina di vissuto tale da meritarsi questa nomea. Sorvoliamo.

E’ un romanzo d’esordio, precisazione necessaria: non serve a scagionare gli scrittori da eventuali pecche o falle, ma e’ un elemento da tenere in considerazione.

Romanzo pluripremiato: secondo classificato al Premio Strega, vincitore dell’ambito Premio Campiello, ne e’ stato tratto un ( mediocre) film.

Quando il lettore si trova in mano questo libro inevitabilmente fioccano speranze e aspettative. Cerca, insomma, il capolavoro, il ”manifesto generazionale”.

Cerca, ma non trova.

O, se trova, scorge solo il clamoroso successo editoriale, la ”commercialata”, per così dire.

Siamo in una Piombino dei primi anni 2000. La storia si svolge tra il 2001 e il 2002, precisamente.

Una realta’ che rievoca la penna di Zola’, in questo insolito e non credo involontario parallelismo: un ambiente ”freddo”, d’acciaio appunto, la vita delle famiglie d’operai scandita dai ritmi serrati della fabbrica, la Lucchini. Poche aspettative per tutti i protagonisti di via Stalingrado: nessuno legge, nessuno spera, l’infanzia vira in fretta verso una squallida vita adulta caratterizzata dalla precoce iniziazione sessuale; gli adulti in compenso non sembrano responsabilizzarsi fino in fondo.

Tanto oscura Piombino, tanto chiara e celebrata l’isola d’Elba. Questa “vicina irraggiungibile”, fatta di lusso.

In questo ”bipolarismo” spero volutamente forzato- dico spero per l’autrice- Anna e Francesca vivono la loro ”inossidabile” amicizia. Tredicenni, una bionda e l’altra  mora, entrambe “Lolite” precoci. Una delle due-non dico chi- ama l’altra.

E poi c’e’ Alessio, operaio cocainomane e fratello ventenne di Anna, innamorato del suo capo, Elena.

E ci sono ”le sfigate”, Lisa e Donata.

E ci sono ”gli adulti”: adulti truffatori, adulti morbosi, adulti che ancora vagheggiano utopie di sinistra, donne sottomesse, uomini che sfruttano le minorenni nei locali.

Finche’ l’amicizia tra Anna e Francesca si sfalda -non posso rivelare perche’- e le speranze di rivederle unite accompagnano il lettore fino all’ultima pagina.

Per quanto la trama, sebbene la banalita’ -siamo pur sempre di fronte al solito dramma all’italiana- risulti complessa e anche intricata, l’Avallone ha la lucida capacita’ di ricamarla nella maniera piu’ lineare possibile. Il lettore, insomma, non solo non si ”perde” mai, e’ anche spronato a proseguire con piacere la lettura. Un libro che coinvolge, posso ben dirlo. Un libro che si fa leggere con avidità.

E questo e’ un punto estremamente importante, forse una delle piu’ importanti doti che uno scrittore possa vantare. Credo sia dovuto, in questo caso, a una scelta di stile talmente in voga da sfiorare ormai il cliche’, ma efficacissima: il classico e abusato narratore onnisciente in terza persona, i capitoli che trattano senza passaggi logici introduttivi le vicende di questo o quel personaggio, come a chiudere e aprire di continuo diverse finestre.

Sintassi lineare, periodare breve, asciutto, secco, descrizioni abbastanza efficaci, lo svolgersi liscio della trama , che non e’ quasi mai interrotta da momenti riflessivi. ( la riflessione dovrebbe evincersi dalle vicende). Pochi, se non azzerderei nulli, i punti di lirismo, i punti cioe’ che portano il lettore a prendere e sottolineare qualcosa. I punti in cui la prosa sembra poesia.

Scontatissimo il finale, cara Avallone: la morte e’ la piu’ scontata, abusata, forma di chiusura.

Buono l’incipit ( un corpo adolescente scrutato furtivamente dalle lenti di un binocolo), perche’ sa incuriosire.

Trama e forma meritano nel complesso la sufficienza piena, possono arrivare a sfiorare il sette e mezzo,voto senza lode ne’ infamia: tutto e’ abbastanza classico, e per classico intendo gia’ visto, e per gia’ visto intendo in voga. E’ quel déja vu che vende bene.

Quindi l’autrice si incanala con successo all’interno di un filone che piace e che frutta soldi, chapeau.

Tematiche trattate: di per se’ anche interessanti. Sicuramente numerose.

L’amicizia, l’amore. Classico dei classici. Andiamo oltre: le violenze sulle donne, la perdizione giovanile ( lo ”sballo”, la droga), la mancanza di prospettive, l’inconsistenza dei rapporti umani, l’adolescenza, l’importanza dell’apparire, la mancanza di valori, la durezza della vita operaia.

Uno spaccato generazionale interessante: peccato per la caratterizzazione dei personaggi. Characters assolutamente piatti, banali, stereotipati, ridotti a delle ”macchiette”. Personaggi banali banalizzano i contenuti, per quanto essi siano di per se’ degni di nota. Personaggi banali non consentono l’immedesimazione. Personaggi banali fanno credere che tutto sia un grande stereotipo, una fiction.

(mentre l’intento dell’autrice è “denunciare”, quindi descrivere il reale)

Se soltanto la caratterizzazione fosse stata più accorta, la trama un po’ meno scontata, il linguaggio un po’ piu’ ricercato, sarebbe stato un capolavoro. Ecco, e’ una di quelle opere che dici ”nel complesso ok”, ma che poi peccano un po’ qui e un po’ li’ ,scivolando facilmente verso la mediocrita’, la troppa facilità. Che sicuramente consente di vendere, ma il  masterpiece e’ altra cosa.

Libro che puo’ piacere ai palati meno raffinati – a chi cerca la letteratura d’intrattenimento pura e semplice-e soprattutto al pubblico giovanile.

Se invece state cercando un libro ”shockante”, ”scabroso”, non so che dirvi. L’intento palese dell’autrice e’  quello di shockare, ci prova di continuo: e cocaina qua, e canna la’, e bacio saffico ecc ecc…personalmente non trovo ci sia riuscita, ma posso essere un caso a parte. Una lettrice che tende a rimanere impassibile. Certo, se cercate una lettura ”forte” i nomi sono altri. Uno di questi e’ j.t.Leroy, chiedete di lui in libreria.

Voto complessivo 3/5.

Consigliato: ni’.

benvenuti

Se state leggendo questo post di prova e’ segno che ho ultimato le fasi di registrazione con successo. E questo e’ gia’ un buon inizio, considerando che WordPress-almeno secondo me- e’ la piattaforma blog piu’ ostica da usare.

 

Questo blog e’ dedicato al mondo dell’editoria e della letteratura. Gli argomenti che tratta sono i seguenti : 

 

-recensioni di libri, ovviamente suddivisi per categoria, genere, autore ecc

-recensioni di film tratti da libri

-classifiche

-schede tecniche, analisi, schede di approfondimento ( queste toccano piu’ che altro i classici, e -spero- saranno un valido aiuto per studenti liceali)

-tutorial di scrittura creativa

-bandi di concorso premi letterari 

-pubblicazione sporadica di mie produzioni edite e inedite. (articoli, racconti, saggi, ecc.)

 

Grazie per l’attenzione.

 

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